PAUL VALRY.
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EUPALINO. O DELL'ARCHITETTURA.
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Traduazione di: RAFFAELE CONTU.
1988. Edizioni BIiblioteca dell'Immagine. PORDENONE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Valry pubblic Eupalinos o l'architetto nel 1921, come prefazione al sontuoso Album Architectures. "Scritto di circostanza", ovvero opera su commissione, questo moderno dialogo platonico ha l'ambizione di mostrare "che il pensiero puro e la ricerca della verit in s possono aspirare solo alla scoperta o alla costruzione di qualche forma". Vi incontriamo Socrate e Fedro che ancora dialogano tra loro nel "pallido soggiorno" dell'Ade; essi rievocano i precetti dell'architetto Eupalinos di Megara al fine di indagare "quel gusto dell'eterno che si osserva a volte nei vivi". Tra le ombre, essi cercano di scoprire l'"ombra di qualche verit" intorno alle creazioni dell'uomo, siano quest'ultime artistiche o filosofiche. "Costruirsi, conoscersi: sono, o no, due atti?" Trova qui espressione, ai pi alti livelli, il problema centrale dell'intera riflessione di Valry, quello che ruota intorno al "terribile" e "capitale" affaire de la forme e muove dall'esperienza poietica alla conoscenza completa di se stessi, per giungere alla piena realizzazione del proprio potenziale.
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L'AUTORE.
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Paul Valry (1871-1945), tra i pi grandi poeti francesi del 900, conosciuto come filosofo e per le innumerevoli riflessioni contenute nei suoi Cahiers, ma anche come saggista e scrittore,  indubbiamente tra gli intelletti pi raffinati e complessi del nostro tempo: la poliedricit della sua riflessione non manca di suscitare interrogativi e di fornire al suo lettore stimolanti orizzonti di meditazione.
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EUPALINO O DELL'ARCHITETTURA.
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NOTA. di PAUL VALRY.
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Quel poco d'italiano che conosco m'ha tuttavia permesso di leggere questa versione di "Eupalino", e ritengo che sarebbe stato impossibile attenersi pi fedelmente all'originale, facendolo insieme trasparir meglio di quanto abbia fatto il Contu.
L'impresa era singolarmente ardua, ch non bastava per compierla una conoscenza perfetta del francese; codesta essendo condizione sufficiente ove si tratti di tradurre un testo che non opponga resistenze intrinseche. Ma "Eupalino"  un libro d'idee, e queste idee sono espresse in un linguaggio astratto, intorno al quale mi conviene spendere qualche parola.
L'Autore del Dialogo  tutt'altro che un Filosofo, e s' fatto persino scrupolo d'adoperare i termini della Filosofia. Forse egli non stima possibile un valore universale della conoscenza, e pensa che una filosofia  opera essenzialmente volontaria, cio personale all'estremo. E ne consegue, a suo rischio e pericolo, questa persuasione: che si pu essere effettivamente filosofo, e magari grande filosofo, senza sentirsi legato a tutta la filosofia antecedente; e senza inoltre possedere "conoscenze scientifiche", o senza servirsi di quelle che si possono attingere.
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Nulla prova, in vero, che le conclusioni dei diversi filosofi debbano comporsi le une con le altre, che possano confermarsi o contraddirsi altrimenti che sulla carta.  chiaro, d'altronde, che legare la filosofia alla scienza vale asservirla ad un progresso che dipende in massima da circostanze fortuite e materiali, come il perfezionamento d'un cannocchiale, la scoperta d'un elemento, di un'influenza o di una radiazione fino allora insospettate. Per giunta, di un metafisico si pu accertare che ha parlato sempre con troppa sollecitudine. Se si  compiaciuto, ad esempio, su un'idea della continuit, chi sa che il discontinuo non gli tiri il brutto scherzo d'imporsi alla Fisica del domani.
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Per altro, se non si dissocia la Filosofia dalla Scienza, conviene rigettare nel nulla tutti i filosofi che hanno ignorato ci che sa il pi piccolo scolaro d'oggi; e, dunque, tutti i filosofi futuri. Da oggi, gran numero di sapienti non hanno che disdegno per la filosofia. Ed io non vedo se non una condizione per preservarla: consentire che le opere filosofiche abbiano un certo valore non annullabile dal progredire della scienza: valore d'opere d'arte, - poich le sole opere d'arte sono o possono essere insensibili al progresso e cos sottrarsi ad ogni verifica sperimentale. Onde si arriva a questa decisione:
la Filosofia  una questione di forma: essa  la ricerca d'una forma capace di tutti i punti di vista di cui pu disporre un individuo.
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La Filosofia  cosa essenzialmente personale: la sua generalit non  che apparente, e questa conferita apparenza universale non  in realt che una regola del gioco, la convenzione fondamentale d'una certa Arte.
Ne risulta pertanto che i problemi classici e la terminologia elementare caratterizzanti la filosofia agli occhi di molti, non s'impongono per nulla. Pu anche darsi che per l'individuo gli stessi problemi non esistano, o gli sembrino male enunciati. E questa terminologia gli  incomoda, o gli sembra inadatta per esprimere con veridica precisione il proprio pensiero. Egli pu trovare cosa vana servirsi di parole non usuali e pretenziosamente tecniche le quali manchino d'ogni definizione uniforme e di un'origine nettamente convenzionale. Pu trovare pi sicuro fare a meno di queste parole, utilizzare soltanto quelle che circolano nel discorrere pi comune e rifiutare quei termini, come "determinismo" o "dinamismo" o altrettali, che sono delle nebulose irresolubili.
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Tali si dichiarano, con franchezza, i sentimenti dell'Autore di "Eupalino", e valgono a spiegare come questa sua opera, talvolta difficile ad intendersi, sia doppiamente difficile a tradursi. Privarsi delle parole che sembrano chiare a cagione del loro frequente uso, implica una certa difficolt di lettura, che si pu facilmente confondere con una reale oscurit. Di pi, la mescolanza, in quest'opera, di una qualche poesia con considerazioni astratte, vale a dire l'impiego quasi simultaneo dei pi opposti modi di servirsi del linguaggio, costringe lo scrittore ad adoperare perifrasi o figure al fine di mantenere la necessaria unit di tono. Ma tutto questo concorre a proclamare i meriti del Contu.
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EUPALINO O DELL'ARCHITETTURA.
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FEDRO: Che fai cost, Socrate? Ti cerco da tanto e percorrendo il nostro pallido soggiorno ho chiesto di te ovunque: qui tutti ti conoscono, ma nessuno ti aveva visto. Perch allontanarti dalle altre ombre? Quale pensiero t'ha raccolto l'anima, appartata dalle nostre, presso i confini di quest'impero delle cose trasparenti?
SOCRATE: Aspetta: non ti posso rispondere. Sai anche tu che per i morti la riflessione non si pu dividere e che in questa nostra semplicit dobbiamo pur subire fino all'ultimo il corso d'un'idea; mentre ai vivi, che hanno un corpo e son come bugno ed ape,  dato uscire di conoscenza e rientrarvi.
FEDRO: Ottimo Socrate, taccio.
SOCRATE: Grazie del tuo silenzio. Osservandolo, rendi agli dei ed al mio pensare un sacrifizio ben duro, poich trattieni la tua curiosit e immoli la tua impazienza alla mia anima. Ma ora parla liberamente, e se tuttavia hai desiderio d'interrogarmi, ancorch sia raro che nel contenersi una domanda non si divori subito da s, eccomi pronto a risponderti: ho finito d'interrogare me stesso.
FEDRO: Perch mai codesto tuo esilio? Che fai, separato da noi? Alcibiade, Zenone, Menessene, Lisia, tutti gli amici stupiscono di non vederti, vanno parlando senza scopo e, ombre, vagano.
SOCRATE: Guardati intorno; ascolta.
FEDRO: Non odo nulla e scorgo ben poco.
SOCRATE: Perch, forse, non sei morto abbastanza. Qui siamo sul limite del nostro regno e davanti a te scorre un fiume.
FEDRO: Il povero Ilisso!
SOCRATE:  il fiume del Tempo: rifiuta soltanto le anime, su quella riva, e trascina il resto senza fatica.
FEDRO: Comincio a vedere qualche cosa e non riesco a distinguere nulla. I miei sguardi seguono per un istante tutto ci che scorre e va, ma lo perdono senz'averlo spartito... Se non fossi morto, quel muoversi mi disturberebbe tant' triste e fatale, o sarei costretto ad imitarlo nel modo dei corpi umani, addormentandomi per trascorrere anch'io.
SOCRATE: Eppure in quel grande flusso passano tutte le cose che conoscesti od avresti potuto conoscere: l'ampio e vario velo liquido, precipitando senza riposo, convoglia verso il nulla - guarda com' sbiadito, tutti i suoi colori.
FEDRO: Credo a ogni istante d'essere sul punto di discernere qualche forma, ma ci che m' sembrato di vedere non perviene mai a rinnovare nel mio spirito la pi piccola somiglianza.
SOCRATE: Perch tu, reso immobile dalla morte, contempli il vero trascorrere degli esseri. Da questa riva s tersa, noi vediamo che le cose umane, e le forme naturali, si muovono collo stesso ritmo della loro esistenza. Siamo come il sognatore, nel cui intimo, bizzarra e sbita trasformazione di figure e pensieri, gli esseri si compongono coi loro mutamenti. Qui tutto  trascurabile eppure conta; i delitti generano benefici immensi, dalle pi alte virt discendono conseguenze funeste e, se non v' punto in cui l'intelletto si fissi, pure l'idea diviene sensazione allo sguardo: ogni uomo si trascina dietro una catena di mostri inestricabilmente composta delle proprie azioni e degli atteggiamenti successivi del suo corpo.
Il fluidissimo corso mi ricorda la presenza e le abitudini dei mortali, e mi fa pensare ch'io fui un d'essi, desideroso di veder tutto come precisamente vedo ora e intento a porre la Saggezza nella condizione eterna in cui siamo. Ma veramente da questo luogo nulla  riconoscibile: di fronte alla verit non comprendiamo pi.
FEDRO: Ma da che pu esser generato, o Socrate, il gusto dell'eterno che  talvolta nei vivi? Tu ricercavi la conoscenza, il volgo tenta invano colle sue forze di preservare dal disfacimento persino i cadaveri degli uomini, altri costruisce templi e tombe ingegnandosi a renderli indistruttibili. Ma i pi saggi ed i meglio illuminati vogliono creare nei loro pensieri un'armonia e una cadenza che li salvino e da mutamenti e dall'oblio.
SOCRATE: Pazzia, o Fedro, te ne avvedi... Pure i destini han voluto che fra le cose indispensabili alla razza umana figurassero, di necessit, alcuni desidri insensati. Non ci sarebbe l'uomo senza l'amore, n la scienza esisterebbe priva di assurde ambizioni. Donde pensi che avremmo tratto la prima idea e l'energia per gli immensi sforzi dai quali nacquero tante citt superbe e cos inutili monumenti, che la ragione ammira e non avrebbe saputo concepire?
FEDRO: Comunque, la ragione v'ebbe la sua parte: senza di essa tutto sarebbe al suolo.
SOCRATE: Tutto.
FEDRO: Ricordi le costruzioni che vedemmo erigere al Pireo?
SOCRATE: S.
FEDRO: E quei congegni e quegli sforzi, ed i flauti che li moderavano con la loro melodia e quelle operazioni cos precise, e quei progressi ad un tempo cos misteriosi e chiari? Confusione, dapprima, ma poi la vedevi quasi fusa nell'ordine, e sentivi la solidit e il rigore tra i fili pendenti a segnare la verticale, nelle cordelle fragilmente tese perch fossero uguagliate al crescere degli strati di mattoni!
SOCRATE: Conservo il bel ricordo! O materiali, belle pietre!... Come siamo divenuti leggeri!
FEDRO: E il tempio fuori le mura, presso l'altare di Borea, lo ricordi?
SOCRATE: Quello d'Artemide cacciatrice?
FEDRO: Proprio quello. Un giorno passando di l, discorremmo della Bellezza...
SOCRATE: Ahim!
FEDRO: Fui amico del costruttore del tempio, ch'era di Mgara e si chiamava Eupalino. Volentieri egli mi parlava della sua arte, d'ogni cura e d'ogni necessaria esperienza, facendomi comprendere le cose che vedevamo insieme nel cantiere. Io vedevo soprattutto il suo spirito mirabile e gli riconoscevo la potenza d'Orfeo, che agli ammassi informi di pietre e di travi giacenti intorno a noi prediceva un avvenire monumentale. La sua voce sembrava offrire i materiali al luogo che i destini propizi alla dea avrebbero assegnato. E nei meravigliosi discorsi agli operai non rimaneva traccia delle ardue meditazioni notturne: parlava per ordini e numeri.
SOCRATE:  il modo stesso di Dio.
FEDRO: I suoi discorsi s'accordavano cogli atti loro cos felicemente che quegli uomini sembravano le sue stesse membra. Non puoi credere, o Socrate, quanta gioia mi venisse all'anima dal conoscere un ordine cos armonioso: da allora non distinguo pi l'idea d'un tempio da quella della sua edificazione, e vedendone uno vedo un'azione mirabile, anche pi gloriosa d'una vittoria, e tanto contraria alla perversit della natura. Se il distruggere e l'edificare hanno uguale importanza, e per l'uno e per l'altro ci vogliono anime, pure al mio spirito  caro sovrattutto il costruire. O felicissimo Eupalino!
SOCRATE: Quant'entusiasmo di un'ombra per un fantasma! Non conobbi codesto Eupalino; era davvero s grand'uomo? Capisco ch'egli mirava a conquistare la suprema conoscenza dell'arte sua. Sta qui?
FEDRO:  certamente fra noi, ma mai sinora m' avvenuto d'incontrarlo.
SOCRATE: E che cosa potrebbe costruire qui, dove persino i progetti sono ricordi? Tuttavia, ridotti come siamo al solo diletto della conversazione, bramerei ascoltarlo.
FEDRO: Ne ho tenuto a mente alcuni precetti. Non so se ti piacerebbe udirli: per me sono incantevoli.
SOCRATE: Puoi ripetermene qualcheduno?
FEDRO: Ascoltami. Egli molto spesso diceva: Nell'eseguire nulla  trascurabile.
SOCRATE: Comprendo e non comprendo. Comprendo qualche cosa, ma sar proprio quella ch'egli voleva dire?
FEDRO: Ho la certezza che il tuo spirito acuto ha colto giusto. In un'anima chiara e completa qual  la tua, la massima d'un pratico assume forza ed estensione affatto nuove. Se in verit  limpida, e ricavata immediatamente dal lavoro con un atto breve dello spirito, che riassuma la propria esperienza e non divaghi, costituisce per il filosofo una materia preziosa; eccoti, orafo, un lingotto d'oro grezzo.
SOCRATE: Orafo, s... lo fui delle mie catene! Ma consideriamo il precetto. Poich l'eternit persuade a non essere parchi di parole, questa durata infinita deve contenere per la sua esistenza tutti i discorsi, e i giusti e i falsi, posso parlare senz'alcun timore di sbagliarmi, certo, s'io sbagli, di dire giusto sbito, e se dica giusto sbito, di sbagliare un poco pi tardi. O Fedro, non puoi non aver notato nei discorsi pi importanti, si tratti di politica o degl'interessi privati de' cittadini, e nelle parole di tenerezza che dicono gli amanti in ore decisive; tu hai certamente notato quale forza e qual senso assumano le pi lievi e minuscole parole ed i pi brevi silenzi che vi si insinuano. Io medesimo, che ho tanto parlato col desiderio inesauribile di convincere, a lungo andare mi sono convinto che gli argomenti pi gravi e le dimostrazioni meglio condotte sortivano ben scarso effetto senza il soccorso di particolari all'apparenza insignificanti; mentre mediocri ragioni, sostenute a modo con parole acconce o dorate quali corone, seducono lungamente l'orecchio. Questi legami sono sulla soglia dello spirito e gli ripetono ci che ad essi piace e glielo ridicono sino a fargli credere d'udire la propria voce. La sostanza d'un discorso  tutta, insomma, nel canto e nel colore d'una voce, che a torto consideriamo come particolari ed accidentali.
FEDRO: Troppo divaghi, diletto Socrate, ma ti vedo tornare di lontano con mille altri esempi e tutte pronte le forze della tua dialettica.
SOCRATE: Considera ad esempio la medicina. Il pi abile operatore del mondo che ficca le dita industri nella tua piaga, per quanto lievi, esperte e previdenti abbia le mani, e si senta sicuro della posizione degli organi e delle vene, dei loro rapporti e delle loro profondit, e cosciente degli atti da eseguire sulla tua carne, del recidere come del giungere; se, per una circostanza di cui non s' preoccupato, un filo, l'ago che adopera, una qualunque inezia utile all'operazione non  esattamente pura, o sufficientemente purificata, egli t'uccide; eccoti morto...
FEDRO: Per fortuna  cosa fatta! E ci appunto m'accadde.
SOCRATE: Ed eccoti morto, morto, ripeto: curato a perfetta regola, soddisfatte tutte le necessit dell'arte e dell'opportuno, il pensiero contempla la sua opera con amore; ma sei morto. Per un filo di seta mal preparato, il sapere  diventato assassino, e gi per un insignificante particolare fall l'opera d'Esculapio e d'Atena.
FEDRO: Eupalino, certo, non l'ignorava.
SOCRATE: Cos in tutti i campi, tranne in quello dei filosofi, ch'anno la gran sventura di non veder mai crollare gli universi immaginati, perch invero non esistono.
FEDRO: Eupalino era l'uomo del suo precetto: non trascurava nulla. Ordinava che le assicelle fossero tagliate secondo le fibre del legno, affinch, interposte fra la muratura e le travi poggiatevi, fosse impedito all'umidit di salire per le fibre, di imbeverle e di marcirle. Attenzioni consimili, come se si fosse trattato del suo corpo, aveva per tutte le parti sensibili dell'edifizio. Durante il lavoro di costruzione non abbandonava mai il cantiere e ne conosceva, credo, ogni pietra. Egli vigilava perch il taglio fosse preciso; studiava minutamente i mezzi per evitare che gli spigoli si scalfissero e il contorno netto dei giunti si smussasse; ordinava d'operare col cesello, di mettere da parte le cercine, di tagliare a scancio il marmo dei rivestimenti; dedicava le cure pi delicate agli intonachi ch'egli voleva anche sui muri di pietra nuda.
Ma ben povera cosa erano gli scrupoli prescritti perch l'edifizio durasse, a paragone di quelli usati per elaborare le emozioni e le vibrazioni d'anima del futuro contemplatore dell'opera sua. Preparava alla luce uno strumento incomparabile che, nello spazio ove si muovono i mortali, la spandesse in forme intelligibili, con propriet quasi musicali; e conosceva, o Socrate, come gli oratori ed i poeti cui pensavi poco fa, la virt misteriosa delle modulazioni impercettibili. Innanzi ad una massa di cos morbida leggerezza e di s semplice apparenza, nessuno s'accorgeva d'essere condotto ad una specie di felicit per curve insensibili, per infime e sovrumane inflessioni, per le profonde combinazioni del regolare e dell'irregolare da lui stesso introdotte, nascoste e rese tanto superbe da non potersi definire. In virt di esse, lo spettatore, mobile e docile alla loro presenza invisibile, passava di visione in visione, da silenzi vasti al sussurro del piacere, come procedeva, indietreggiava, si accostava di nuovo, errando tutt'intorno all'opera, da questa mosso e in bala dell'ammirazione. Bisogna, diceva l'uomo di Mgara, che il mio tempio muova gli uomini come li muove l'oggetto amato.
SOCRATE: Quest' divino. Io, caro Fedro, ho udito parole affatto simili, e affatto contrarie. Un amico nostro,  inutile nominarlo, diceva del nostro Alcibiade dal corpo cos ben fatto: Vedendolo, si diventa architetti!... Ti compiango, caro Fedro, perch qui sei tanto pi sfortunato di me. Io, che non amavo se non il Vero e gli diedi la mia vita, in questi prati elisi, pur dubitando ancora d'aver fatto un pessimo affare, qui posso sempre immaginare che mi resti qualche cosa da conoscere, e fra le ombre cerco volentieri l'ombra di qualche verit; ma tu, poich solo la Bellezza form i tuoi desidri e govern i tuoi atti, sei interamente sprovveduto. I corpi sono ricordi; le figure vapori; la luce  ovunque uniforme, debole e inveritabilmente pallida, e un'indifferenza diffusa se ne dischiara, se non pure l'assorbe, delineando incerte figure come i gruppi quasi trasparenti dei nostri stessi fantasmi; e le voci che appena ci restano sono fioche come fossero bisbigliate nel folto d'un vello o nell'indolenza d'una nebbia spessa... Tu devi soffrire, mio Fedro, ma non certo abbastanza... A noi  negato anche questo dono della vita.
FEDRO: Mi credo sempre sul punto di soffrire... Non parlarmi, ti prego, di quanto ho perduto. Abbandona a se stessa la mia memoria; lasciale il suo sole e le sue statue! Quale contrasto mi possiede! V' forse per i ricordi una specie di seconda morte ch'io non ho ancora patito. Ma certo io rivivo, ma io rivedo i cieli effimeri: ci che v'ha di pi bello non  dell'eterno!
SOCRATE: Dove dunque lo poni?
FEDRO: Nulla di bello  separabile dalla vita, e la vita  mortale.
SOCRATE: Pu darsi...; ma i pi hanno della Bellezza non so quale concetto d'immortalit.
FEDRO: Ti dir, Socrate, che la Bellezza, secondo il Fedro che fui...
SOCRATE:  ben lontano Platone?
FEDRO: Gli parlo avverso.
SOCRATE: Allora parla!
FEDRO: ...non  in certi oggetti rari e nemmeno nei modelli, estranei alla natura, che le anime pi nobili contemplano quali esemplari dei loro disegni e tipi arcani delle loro opere; cose sacre cui converrebbero le parole del poeta: Idee, gloria del lungo deso.
SOCRATE: Qual poeta?
FEDRO: Il molto ammirevole Stefano, apparso tanti secoli dopo di noi. Ma a mio modo, l'idea di quest'Idee, ch'ebbero genitore il nostro meraviglioso Platone,  infinitamente troppo semplice e quasi troppo pura per spiegare la diversit delle Bellezze, il variare delle preferenze umane, il disparire di tante opere che furono levate al cielo, le creazioni affatto nuove e le risurrezioni imprevedibili. Si danno ben altre obiezioni!
SOCRATE: Ma qual  il tuo pensiero?
FEDRO: Non so pi come coglierlo. Nulla lo contiene e tutto lo suppone,  in me come me stesso, agisce infallibilmente, giudica, desdera... M' tuttavia difficile esprimerlo quanto se volessi dire ci che mi fa qual sono e ch'io conosco cos precisamente e cos poco.
SOCRATE: Se gli dei consentono, mio caro Fedro, di continuare nei nostri conversari in quest'inferni ove nulla abbiamo dimenticato, ove abbiamo imparato qualche cosa, ove siamo posti di l da tutto ci ch' umano; ora dobbiamo pur sapere quello che  veramente bello e quel che  brutto, ci che all'uomo conviene, ci che lo fa meravigliare e non lo confonde, e lo domina senza imbestiarlo...
FEDRO: Ci che appunto lo pone, senza sforzo, al disopra della sua natura.
SOCRATE: Senza sforzo? Al disopra della sua natura?
FEDRO: S.
SOCRATE: Senza sforzo? Com' possibile? Al disopra della sua natura? Che cosa vuol dire? Invincibilmente penso a un uomo che volesse arrampicarsi sulle proprie spalle!... Turbato dall'immagine assurda, ti domando: Fedro, come si pu interrompere naturalmente d'essere s e poi ritornare alla propria essenza?
Vero  che gli estremi dell'amore, gli eccessi del vino e gli stupefacenti vapori respirati dalle pizie ci trasportano, come suol dirsi, fuori di noi; e so meglio ancora, di mia certa esperienza, che le nostre anime possono formarsi, nel cuore medesimo del tempo; santuari non vulnerabili dalle stagioni, di sostanza eterna ma di effimera apparenza. Ivi le anime sono finalmente quel che conoscono, e desiderano quel che sono, e si sentono create da ci che amano, e gli ricambiano luce con luce, silenzio con silenzio, offrendosi ed accogliendosi senza nulla togliere n alla materia del mondo n alle Ore: simili, cos, alle calme scintillanti in un cerchio di tempeste mobili sui mari. E noi chi siamo, in questi abissi? Essi suppongono la vita che interrompono...
Ma n queste meraviglie, n queste contemplazioni e queste estasi rischiarano ai miei occhi il nostro arcano problema della bellezza: non so legare questi sublimi stati dell'anima alla presenza d'un corpo o dell'oggetto che li suscita.
FEDRO: O Socrate, vuoi sempre ricavare tutto da te stesso!... Tu ch'io ammiro fra tutti gli uomini, in vita e in morte pi bello d'ogni pi bella cosa visibile; grande Socrate, d'adorabile bruttezza e d'onnipotente pensiero; tu che muti il veleno in nettare immortale e sei ormai divenuto freddo, met del corpo gi marmo e l'altra ancora viva; tu che parlavi con noi come un dio, fammi dire che cosa  forse mancato alla tua esperienza...
SOCRATE:
Veramente  troppo tardi per istruirmi; tuttavia continua.
FEDRO:
Una sola cosa, o Socrate, t' mancata. Uomo divino, non avevi forse alcun bisogno delle bellezze materiali del mondo e le gustavi a fatica. So che non ti dispiacevano la dolcezza della campagna e la splendida citt, n le acque fluenti, n l'ombra discreta del platano; ma erano come un vago ornamento delle tue meditazioni, delizioso confine de' tuoi dubbi e asilo favorevole al tuo intimo pensare. E poich quanto v'era di pi bello ti rapiva sempre molto lungi da s, tu vedevi sempre ben altro.
SOCRATE:
L'uomo, e lo spirito dell'uomo.
FEDRO:
Fra gli uomini, dunque, non ne hai incontrato che ti colpissero per la singolare passione della forma e dell'apparenza?
SOCRATE:
Senza dubbio.
FEDRO:
E d'intelligenza, tuttavia, e di virt non inferiori ad alcuno?
SOCRATE:
Certo!
FEDRO:
Li ponevi pi in alto o pi in basso de' filosofi?
SOCRATE:
A seconda.
FEDRO:
La loro speculazione t'appariva pi degna o meno degna d'indagine e d'amore della tua?
SOCRATE:
Non si tratta qui della loro speculazione; io non so pensare che esistano pi Beni Supremi. Per me  oscuro,  difficile comprendere, che ad uomini di cos pura intelligenza siano occorse forme sensibili e grazie corporali per attingere la loro pi alta essenza.
FEDRO:
Un giorno, caro Socrate, parlavo di queste cose col mio amico Eupalino.
Fedro - diceva - pi medito sull'arte mia, e pi l'esercito: tanto pi penso ed agisco, tanto pi soffro e godo d'essere un architetto, e vivamente mi riconosco quale sono con volutt e chiarezza sempre pi certe.
Smarrito in lunghe attese, mi ritrovo per le sorprese che mi cagiono e, attraverso questi gradi successivi del mio silenzio, procedo nell'edificazione di me stesso, mi accosto a cos fedele rispondenza tra aspirazioni e facolt mie da credere d'aver trasformato l'esistenza che mi fu data in una specie d'edifizio umano.
Tanto costrussi - fece sorridendo - da credere d'essermi anch'io costruito.
SOCRATE:
Costruirsi, conoscersi: sono due atti oppure no?
FEDRO:
...e aggiunse: Io ho inteso alla fedelt dei pensieri affinch, generati con chiarezza dall'osservazione delle cose, si mutassero, quasi spontanei, negli atti della mia arte. Ho distribuito le mie cure, ho ricostruito l'ordine dei problemi, e dove un tempo finivo ora comincio e vado un poco oltre... Avaro di sogni, concepisco come se eseguissi, e non contemplo pi, nello spazio informe della mia anima, gli edifizi immaginari che rispetto a quelli della realt son quali le chimere e le gorgoni rispetto agli animali veri: ci che io penso pu esser fatto, e ci che faccio  intelligibile... E... ascolta, Fedro,  diceva ancora, se sapessi che cos' per me il piccolo tempio costruito per Erme, a qualche passo di qui. Laddove il passeggero vede solo un'elegante cella - ben poco: quattro colonne in semplicissimo stile - io ho posto il ricordo d'un giorno chiaro della mia vita. O dolce metamorfosi! Quel tempio aggraziato, nessun lo sa,  l'immagine matematica d'una fanciulla di Corinto amata felicemente. E ne riproduce fedele le minime proporzioni. E vive per me rendendomi ci che gli diedi...
Ecco, risposi, perch la sua grazia  inspiegabile e vi senti una presenza umana, primizia di fiore femminile, armonia d'un essere incantevole. Desta vagamente un ricordo che non pu giungere a termine, e cos, inizio d'immagine che tu possiedi perfetta, non cessa di stimolare l'anima e di confonderla. Certo tu sai che, abbandonandomi al mio pensiero, lo paragonerei ad un canto nuziale, nascente da me frammisto a voci di flauto.
Eupalino mi guard con pi precisa e pi tenera amicizia.
Oh, disse, come tu mi comprendi! Nessuno pi di te s' avvicinato al mio demone e per vorrei confidarti tutti i miei segreti, se degli uni, non rifiutandosi al linguaggio, sapessi parlarti a modo, e cogli altri non rischiassi d'annoiarti molto, giacch si riferiscono ai procedimenti ed all'esperienze pi particolari della mia arte. Posso dirti soltanto a quali verit, se non a quali misteri, ti accostavi parlandomi di concerti, di canti e di flauti, a proposito del mio giovine tempio. Dimmi, poich sei cos sensibile agli effetti dell'architettura, non hai osservato, camminando nella citt, come tra gli edifici che la popolano taluni siano muti, ed altri parlino, mentre altri ancora, che son pi rari, cantano? E non il loro ufficio, n il loro aspetto d'insieme cos li anima o li riduce al silenzio, ma ingegno di costruttore o piuttosto il favore delle Muse.
Ora, per tuo suggerimento, lo riconosco nel mio spirito.
Hai ragione. Gli edifizi che non parlano n cantano non meritano che disdegno: cose morte, di gerarchia inferiore ai mucchi di rottami rovesciati dalle carriole degli sterratori, che, almeno, quei mucchi ricreano l'occhio sagace con l'ordine accidentale disposto dal loro cadere... Stimo i monumenti che parlano soltanto, se parlan chiaro: qui si riuniscono i commercianti; qui s'amministra la giustizia; qui gemono prigionieri; qui gli amanti dei bagordi... (dissi allora ad Eupalino, che di questo genere ne avevo visto davvero caratteristici, ma egli non intese). E logge di mercato, e tribunali, e carceri, ove il costruttore ci si appassioni, hanno un linguaggio schiettissimo. Le une visibilmente ambiscono ad una folla operosa che si rinnovi di continuo, e le offrono peristili e portici, e per molte porte e per facili scalee la invitano nelle sale vaste e illuminate, perch vi faccian gruppo e s'abbandonino al fervore degli affari... Ma le sedi dei giudici devono dire agli occhi il rigore e l'equit delle nostre leggi, e bene vi si addice la maest delle masse deserte e lo spessore pauroso dei muri. I silenzi delle pietre nude appena rompe, a larghi intervalli, la minaccia d'una porta segreta; o i tristi segni che sulle tenebre di un'angusta finestra disegnano i grossi ferri ond' sbarrata. Tutto qui parla di sentenze e di pene: la pietra esprime grave ci che contiene, i muri sono implacabili, e l'opera - conforme alla verit - dichiara fortemente la sua destinazione severa...
SOCRATE:
La mia prigione non era cos terribile... Mi sembra fosse un luogo scialbo, e scevro d'importanza.
FEDRO:
Puoi dirlo!
SOCRATE:
Confesso d'averla considerata poco. Non vedevo se non i miei amici: l'immortalit e la morte.
FEDRO:
Ed io non ero con te.
SOCRATE:
Nemmeno v'era Platone, n Aristippo. Pure la sala era cos colma da nascondermi i muri, e la sera colorava di carne le pietre della vlta... In verit, caro Fedro, non ebbi mai altro carcere che il corpo. Ma riprendi quanto diceva il tuo amico; credo che volesse parlarti degli edifizi pi pregevoli, e di essi, appunto, vorrei udire.
FEDRO:
Ebbene, continuer.
- Eupalino magnificamente mi dipinse le costruzioni gigantesche che s'ammirano nei porti. Esse avanzano nel mare; i bracci, d'un biancore assoluto e crudo, circoscrivono bacini assopiti e, custodendone la calma, li conservano sicuri al rigurgito delle galee riparate dalle scogliere irte e dalle dighe fragorose. Sull'estrema schiuma dei moli, l'alte torri ove si veglia mentre la fiamma delle pigne danza e crepita alle notti impenetrabili, segnano le strade equoree. Osare simili lavori vale come sfidare Nettuno. Bisogna gettare montagne a carrate nelle acque che si vogliono chiudere; e con grezzo brecciame strappato alle viscere della terra opporsi alla mobile profondit del mare, e opporsi agli urti delle cavallerie monotone, che il vento sospinge e valica... Questi porti, diceva il mio amico, questi vasti porti che chiarit per lo spirito; come si svolgono, e come discendono verso il loro destino! Ma le meraviglie proprie del mare, e la statuaria casuale delle rive, sono liberalmente offerte all'architetto dagli dei. Tutto conspira all'effetto che sulle anime producono questi nobili stabilimenti seminaturali: la presenza dell'orizzonte puro, la nascita e il disparire d'una vela, l'emozione del distacco dalla terra, l'inizio dei perigli, la soglia sfavillante delle contrade sconosciute; e la medesima avidit degli uomini, subito pronta a mutarsi in timore superstizioso non appena essi le cedono e mettono piede sullo scafo... Sono, invero, teatri mirabili; e giudichiamo pi alte soltanto le opere dell'arte! A costo d'uno sforzo quanto mai difficile contro se stessi, bisogna astrarsi un poco dagli incantesimi della vita e del godimento immediato: ci che v'ha di pi bello  necessariamente tirannico...
- Ma dissi ad Eupalino che non vedevo perch cos dovesse accadere, e mi rispose che la vera bellezza  precisamente tanto rara quanto, fra gli uomini, chi sia capace d'uno sforzo contro s; per di scegliere un certo s e di imporselo. In seguito, riafferrando il filo d'oro del pensiero, soggiunse: Eccomi ora ai capolavori che sono opera intera di qualcheduno e, come ti dicevo, sembrano cantare spontaneamente.
Parola vana, o Fedro? Parole nate inconsapevolmente col discorrere ch'esse ornano svelto senza consentire riflessione? Ma no, Fedro, ma no!... E quando tu (primo, ed inconscio) hai parlato di musica a proposito del mio tempio, eri visitato da una divina analogia. L'imene di pensieri concluso sulle tue labbra come per un atto distratto della voce; quest'unione di cose tanto differenti, se in apparenza  fortuita, pur serve un'esigenza mirabile, quasi impossibile a pensare in tutto il suo valore, ma da te oscuramente sentita attuale e persuasiva. Immagina dunque bene quel che sarebbe un mortale abbastanza puro, abbastanza ragionevole, abbastanza sottile e tenace; un mortale che Minerva avesse armato di potenza sufficiente a farlo meditare fin nell'intimo suo essere, e quindi sino all'ultima realt, su questo strano avvicinamento delle forme visibili e del viluppo effimero dei vicendevoli suoni. Pensa quale origine recondita e universale si accosterebbe, a che punto prezioso arriverebbe, e quale dio egli si sentirebbe nella carne. E se, finalmente dominandosi in questo stato di divina ambiguit, si proponesse di costruire non so quali monumenti, che nella figura austera e leggiadra partecipassero immediatamente della purezza del suono musicale, o commuovessero l'anima per accordi inesauribili; pensa, Fedro, qual uomo, immagina quali edifizi..., e quali godimenti per noi.
- E tu, gli dissi, sai concepirlo?
- S e no: s come sogno, no come scienza.
- E questi pensieri ti soccorrono?
- S, quale stimolo; s, quale giudizio, s, quale affanno... Ma non m' dato incatenare, come occorrerebbe, un'analisi a un'estasi. Talora m'avvicino a cos divino potere... Una volta fui quasi per coglierlo, ma soltanto come si possiede nel sonno l'oggetto amato. Io non so parlare di cosa tanto grande se non per approssimazione, e al suo annunzio, caro Fedro, gi sono diverso da me, quanto una corda tesa, differisce da allentata e sinuosa qual era; divento un altro da quel che sono; tutto  chiaro e par facile! Allora le mie combinazioni si susseguono e si mantengono nella mia luce primitiva. Sento un bisogno di bellezza, pari alle mie risorse ignote, generare da solo figure che lo soddisfano. Desidero con tutto il mio essere..., le potenze accorrono - e ben sai che le potenze dell'anima derivano stranamente dalla notte... - procedono dall'illusione alla realt, le chiamo, le scongiuro col mio silenzio... Eccole, tutte colme di chiarezza e d'errore: il vero e il falso brillano ugualmente nei loro occhi, sui loro diademi, mi opprimono di doni, mi avvincono con l'ali... Fedro, qui sta il pericolo e nulla  pi difficile. O momento degnissimo e strazio mortale!... Bisogna ch'io trattenga questi favori sovrabbondanti e misteriosi, non che li accolga come sono, dedotti unicamente dal gran desio e ingenuo frutto dell'attesa che mi trabocca dall'anima: bisogna, o Fedro, ch'essi, aspettino il mio cenno. Non li ho ottenuti quasi per un'interruzione della mia vita (adorato arresto del consueto fluire dei giorni)? Ebbene, io voglio dividere l'indivisibile, moderare e interrompere persino il nascere delle Idee...
- O infelice, gli dissi, che cosa vuoi fare nell'attimo d'un lampo?
- Essere libero. Molte cose vi sono, aggiunse,... tutte in quell'istante. Tutto ci che s'appartiene ai filosofi accade fra il posarsi dello sguardo sull'oggetto e la conoscenza che ne consegue,... e cessa sempre anzi tempo.
- Non capisco. Ti sforzi dunque a ritardare queste Idee?
-  necessario. Gli impedisco di soddisfarmi, rinvio s pura felicit.
- Perch? Da che ti viene questa forza crudele?
- Soprattutto m'importa ottenere da quanto sar, che soddisfaccia con tutto il vigore del nuovo alle esigenze ragionevoli di quanto  stato. Come non essere oscuro?... Ascolta: io vidi un giorno un tal cespo di rose e, modellatolo in cera, immersi quest'immagine nella sabbia. Veloce il tempo dissolve le rose e pronto il fuoco restituisce alla cera la sua informe natura; ma quand'essa  sciolta dal modello che arde disfacendosi, il bronzeo liquido abbagliante sposa nella sabbia indurita la concava uguaglianza del pi lieve petalo...
- Intendo, Eupalino; l'enigma m' trasparente, e facile a tradurre il mito.
Codeste rose che furon fresche e periscono mentre le guardi, non sono tutte le cose, e persino la mobile vita? La cera modellata dalle tue dita abili, l'occhio che sugge le corolle e torna colmo di fiori verso la tua opera... non raffigurano il tuo lavoro quotidiano, ricco del commercio fra i tuoi atti e le tue nuove esperienze? Il fuoco  il Tempo stesso che interamente abolirebbe o dissiperebbe nel vasto mondo le rose reali e del pari le tue rose di cera, se l'essere tuo, ignoro in qual modo, non ubbidisse alla tua esperienza ed alle sue costrutte ragioni...; il bronzo liquido certo significa le potenze eccezionali della tua anima e lo stato tumultuoso di qualcosa che vuol nascere. Ma l'incandescente abbondanza si disperderebbe in calore vano ed in riverberi infiniti, e non lascerebbe di s che lingotti o irregolari colate, ove, per canali misteriosi, non sapessi condurla a raffreddarsi e distribuirsi nelle limpide matrici della tua saggezza. Per occorre che il tuo essere si spartisca e nel medesimo istante si faccia caldo e freddo, fluido e solido, libero e legato; rose, cera e fuoco; matrice e metallo di Corinto.
- Cos, appunto. Ma t'ho detto che mi ci provo appena.
- Come fai?
- Come mi riesce.
- Ma come provi?
- Ascolta ancora, giacch lo desideri... Non so chiarirti abbastanza ci che neanche per me  chiaro... O Fedro, quando penso una dimora (sia essa per gli dei o per un uomo), quando ne ricerco la forma con amore, studiandomi di creare un oggetto che ricrei lo sguardo, conversi collo spirito, s'accordi colla ragione e le numerose convenienze...; allora, ti dir una cosa strana?, mi sembra di creare con tutto il mio corpo...
Lasciami dire: questo corpo  uno strumento mirabile, e di cui m'assicuro che i vivi, avendolo al loro servizio, non usano nella sua pienezza. Non ne traggono che piacere, dolore e atti indispensabili come il vivere. Qualche volta si confondono con lui o ne dimenticano per un po' l'esistenza, qualche altra - bruti o puri spiriti - ignorano quali legami universali contengono e la prodigiosa sostanza onde son fatti. Per questa, tuttavia, i vivi diventano partecipi di quel che vedono o toccano: pietre ed alberi. E scambiano contatti e respiri colla materia che li raduna; e toccano e son toccati; e pesano e sollevano pesi; e si muovono e trasportano vizi e virt. Quando si danno a fantasticare o s'abbandonano ad un vago sonno, riproducono la natura dell'acqua, si fan sabbie e nembi...; in altre circostanze, accumulano e scoccan la folgore...
Ma la loro anima ignora come servirsi a modo di questa natura, sebbene la senta profondamente e le sia cos vicina! Accelera, ritarda, sembra persino fuggire l'attimo, ne riceve urti ed impulsi che l'allontanano dentro di s e la perdono nel suo vuoto per generarvi vapori. Istruito dai miei errori, io dico, invece, in piena luce, e mi ripeto ad ogni aurora:
"O mio corpo, che mi richiami, tutti gl'istanti, alla natura del mio istinto, all'equilibrio dei tuoi organi ed alle giuste proporzioni delle tue parti essenziali, per le quali esisti e torni in seno alle cose mobili: vigila sull'opera mia, insegnami le schiette necessit della natura, e comunicami la magistrale arte, di cui sei dotato e sei fatto, di sopravvivere alle stagioni e di vincere il caso. Fa ch'io trovi nella tua alleanza il senso delle cose vere: modera, rafforza, assicura i mie' pensieri. Se tu sei perituro, lo sei meno dei miei sogni e, durando un po' pi d'una fantasia, paghi per i miei atti ed espii per i miei errori: strumento della vita, solo per tua virt ciascuno di noi si paragona all'universo e, oggetto reciproco dell'attenzione di tutto il firmamento, la sfera universa ha sempre te quale centro! Ben tu sei la misura del mondo, che la mia anima coglie solo all'esterno e conosce senza profondit e cos vanamente da porsi talvolta, dubitante del Sole, a ordinarlo fra i suoi sogni... L'anima infatuata delle sue fabbricazioni effimere si ritiene capace di infinite realt diverse e immagina l'esistenza d'altri mondi, ma tu la richiami come l'ancora richiama a s la nave...".
"Oramai, la mia intelligenza, nella sua chiarezza, non cesser di richiamarti, caro corpo, n tu, io spero, di offrirle le tue presenze, le tue istanze e i tuoi contingenti legami, perch trovammo alfine, tu ed io, il mezzo di congiungerci, il nodo indissolubile dei nostri contrasti, e quest'opera  certo figlia d'entrambi. Ciascuno agiva per s: tu vivevi, io sognavo, e le mie fantasticherie conducevano ad un'impotenza illimitata. Ma che l'opera ch'io voglio compiere adesso e da s non saprebbe, possa stringerci in comunione e unicamente sorgere dalla nostra alleanza. Ma questo corpo e questo spirito, ma questa presenza imprescindibilmente attuale e quest'assenza creatrice che si contendono l'essere nella necessit di comporlo, ma questo finito e quest'infinito che noi adduciamo, ciascuno secondo la propria natura, si uniscano ora in una costruzione bene ordinata. E se, grazie agli dei, essi lavorano in armonia, scambiandosi convenienza e grazia, bellezza e resistenza, movimenti per linee, numeri per pensieri, ci sar derivato dalla scoperta della loro vera relazione, del loro atto. Si accordino dunque e si comprendano per il tramite della materia della mia arte: pietre e forze, profili e volumi, luci ed ombre, aggruppamenti artificiali, illusioni della prospettiva e realt delle masse. Ecco gli oggetti del loro commercio. E ne sia profitto l'incorruttibile ricchezza ch'io chiamo Perfezione!".
SOCRATE:
Ineffabile preghiera... E poi...
FEDRO:
Tacque.
SOCRATE:
Tutto ci suona stranamente in questo luogo. Vedi che ora, privati del corpo, dobbiamo rammaricarcene e considerare la vita che perdemmo, guardandola coll'occhio invidioso che posavamo un tempo sul giardino delle ombre felici... Qui non le opere n i desidri, ma il rimpianto di quei giorni.
FEDRO:
Questi boschetti son corsi da spiriti in eterno duolo...
SOCRATE:
Se incontrassi il tuo Eupalino gli domanderei d'altro ancora...
FEDRO:
Dev'essere il pi infelice dei felici. Che cosa gli domanderesti?
SOCRATE:
Di spiegarsi un poco pi chiaro sugli edifici che, secondo lui, "cantano".
FEDRO:
 una parola, vedo, che t'insegue.
SOCRATE:
Per lo spirito esistono parole simili alle api e insistenti lo molestano. Questa m'ha punto.
FEDRO:
Che cosa dice la puntura?
SOCRATE:
Non smette dall'eccitarmi a divagare sulle arti: e le avvicino, e le distinguo. Voglio ascoltare il canto delle colonne e figurarmi nel cielo puro il monumento d'una melodia. Quest'immaginazione mi porta con molta facilit a mettere da un lato la Musica e l'Architettura, dall'altro le restanti arti. Una pittura, caro Fedro, non ricopre che una superficie, un quadro o una parete, e vi finge sopra oggetti o persone; lo statuario, similmente, non orna se non una porzione della nostra visuale. Ma un tempio coi suoi propilei, o l'interno del tempio, costituisce per noi una specie di grandezza compiuta nella quale viviamo... Cos siamo, ci muoviamo, viviamo nell'opera dell'uomo! Tutto, nelle sue dimensioni,  stato oggetto di studio e di profonda ricerca. Respiriamo in qualche modo la volont e le preferenze di qualcheduno, e, attratti e soggiogati dalle proporzioni da lui scelte, non gli possiamo sfuggire.
FEDRO:
Senza dubbio.
SOCRATE:
E non vedi che lo stesso ci avviene in altra circostanza?
FEDRO:
Cio?
SOCRATE:
D'essere in un'opera dell'uomo come pesci nell'onda, d'esserne interamente intrisi, di vivervi e di appartenerle?
FEDRO:
Non indovino.
SOCRATE:
Possibile? Non l'hai mai dunque provato quando assistevi a qualche festa solenne o partecipavi ad un banchetto, e l'orchestra inondava la sala di suoni e di fantasmi? Non ti sembrava che allo spazio primitivo si sostituisse uno spazio concreto e mutevole, o piuttosto che il tempio ti circondasse da ogni parte? Tu allora vivevi in un edifizio mobile, ad ogni istante nuovo, che si ricostruiva in s per consacrarsi interamente alle trasformazioni di un'anima: l'anima dell'estensione. Una pienezza mutevole, analoga ad una fiamma inestinguibile, illuminava e riscaldava tutto il tuo essere con un'interrotta combustione di ricordi e di presentimenti, di rimpianti e di presagi, e d'infinite emozioni senza cause precise. Non ti sembrava d'essere circondato da quei momenti e dai loro doni, da quelle danze senza danzatrici, da quelle statue senza corpo n viso, e tuttavia cos delicatamente composte? Immerso nella Musica, attento a quel nascere inesauribile d'illusioni, non eri tu come la pizia nella camera fumigante?
FEDRO:
Certamente; ed ho pure osservato che trovarsi qua o l in quella cinta e in quell'universo creati dai suoni, valeva come essere fuori di s...
SOCRATE:
N basta. Non credevi che quella mobilit fosse immobile rispetto al tuo pensiero mobilissimo? Non ti  sembrato talvolta, quasi prescindendo da te, di poter rassomigliare quell'edifizio di apparizioni e di transazioni, di conflitti e di eventi indefinibili, a qualche cosa da cui ci possiamo distrarre ed alla quale  possibile tornare all'istesso modo che per una strada, ritrovandola presso a poco immutata?
FEDRO:
Confesso che mi avveniva di staccarmi inconsciamente dalla musica, quasi lasciandola dov'era...; di distrarmene per suo stesso volere, e poi ricondurmi in seno a lei.
SOCRATE:
Quella mobilit diventa quasi solida, e sembra esistere in s, come un tempio costruito intorno alla tua anima, e tu puoi uscirne o allontanarti, puoi entrare per un'altra porta...
FEDRO:
 vero, ed anzi mai si rientra dalla stessa.
SOCRATE:
Due per sono le arti che racchiudono l'uomo nell'uomo, o meglio l'essere nell'opera propria, l'anima nei propri atti e nelle loro generazioni, come il nostro corpo d'un tempo era racchiuso nelle creature degli occhi e cerchiato di visioni. Con due arti, e in due modi, il corpo si avvolge di leggi e di intime volont, raffigurate in una materia o in un'altra: la pietra o l'aria.
FEDRO:
M' chiaro che Musica e Architettura hanno entrambe s profonda parentela con noi.
SOCRATE:
Ambedue occupano tutt'intero un senso: all'una non ci possiamo sottrarre se non per distinzione interiore, all'altra solo con movimenti; e ciascuna riempie la nostra conoscenza e il nostro spazio di verit artificiali e d'oggetti essenzialmente umani.
FEDRO:
L'una e l'altra, riferendosi a noi cos direttamente e senza intermediari, devono mantenere relazioni reciproche molto semplici?
SOCRATE:
Hai detto bene senza intermediari. Perch gli oggetti visibili che servono alle altre arti ed alla poesia - i fiori, gli alberi, gli esseri viventi (e persino gli immortali) -, quando l'artista li ha posti in opera, continuano ad essere ci che sono: la loro natura e il loro significato si fondono col proposito di colui che li adopera per esprimere la propria volont. Cos il pittore, desideroso che in un angolo del suo quadro ci sia un po' di color verde, vi mette un albero, e per dice qualche cosa di pi che non volesse in origine: aggiunge alla sua opera tutte le idee che derivano dall'idea d'un albero e, insoddisfatto di ci che pur sarebbe sufficiente, non pu disgiungere il colore da una sostanza.
FEDRO:
Quest' il profitto e lo svantaggio dell'asservirsi agli oggetti reali, ciascuno composto per l'uomo da molteplici cose che possono giovare ai suoi atti con numerosa e differente utilit... Ci che dici del pittore mi fa pensare anche a quei fanciulli cui il pedagogo chiede di ragionar su Achille e la testuggine, e di calcolare il tempo occorrente ad un eroe per raggiungere un grave animale. Invece di scacciare la fiaba dagli spiriti loro, non conservando che numeri e i rispettivi rapporti aritmetici, essi immaginano da un canto i piedi alati e dall'altro la tarda testuggine, sposano successivamente i due esseri, pensano l'uno e pensano l'altra. Creando cos due tempi e due spazi senza rapporto, non giungono mai allo stato in cui non v' pi n Achille n testuggine, n tempo n velocit, ma numeri ed uguaglianze tra numeri.
SOCRATE:
Le arti di cui parliamo, che ci elevano l'anima al tono creatore e la fanno sonora e feconda, debbono invece, per mezzo di numeri e di rapporti di numeri, figliare in noi non una favola ma la potenza nascosta da cui son create tutte le favole. All'armonia materiale e pura che le comunicano queste arti, l'anima risponde con un'abbondanza inesauribile di chiarezze e di miti animati senza sforzo; e all'emozione invincibile, che le infondono le forme calcolate e i giusti intervalli, crea infinite cause immaginarie ond'essa  fatta viva di mille vite meravigliosamente alacri e fuse.
FEDRO:
N la pittura n la poesia posseggono tanta virt.
SOCRATE:
Certo anch'esse hanno le loro, ma riflettono, in qualche modo, il tempo presente. Un bel corpo si fa guardare in s, offre un ammirabile momento:  un particolare della natura, colto dall'artista per miracolo... Ma la Musica e l'Architettura ci fan pensare a tutt'altro che non ad esse medesime; sono nel nostro mondo come i monumenti d'un altro, o quali esempi, sparsi qua e l, di struttura e di resistenza proprie non degli esseri e s delle forme e delle leggi. Consacrate, sembra, a ricordarci immediatamente l'una la formazione, l'altra l'ordine e la stabilit dell'universo, invocano le costruzioni dello spirito e la sua libert, che cercando quest'ordine variamente lo ricostruisce. Epper trascurano le apparenze particolari dalle quali il mondo e lo spirito sono di regola occupati: piante, bestie e genti...
Anche ho osservato, talvolta, ascoltando la musica con attenzione pari alla sua complessit, di non percepire quasi pi i suoni degli strumenti quali sensazioni del mio orecchio: la sinfonia mi faceva dimentico del senso dell'udito e cos prontamente si mutava ed esattamente, in animate verit ed avventure universali, oppure in combinazioni astratte, che pi non mi riusciva d'avere conoscenza dell'intermediario sensibile: il suono.
FEDRO:
Vuoi forse dire che la statua fa pensare alla statua, ma la musica non fa pensare alla musica, n una costruzione ad un'altra costruzione? Vale a dire, se hai ragione, che una facciata pu cantare. Non mi domando invano come sono possibili questi arcani effetti?
SOCRATE:
L'abbiamo gi riconosciuto, mi sembra.
FEDRO:
Ne ho un senso confuso.
SOCRATE:
Che cosa abbiamo detto? Imporre alla pietra e comunicare all'aria forme intelligibili, richieder poco agli oggetti naturali, imitare quanto meno  possibile: ecco quel che accomuna le due arti.
FEDRO:
S, ad entrambe sono comuni questi precetti.
SOCRATE:
Ma produrre, invece, oggetti essenzialmente umani; usare mezzi sensibili che non siano rassomiglianze di cose sensibili n copie d'esseri noti; dare figure alle leggi, o da queste dedurre le loro figure, non  proprio dell'una come dell'altra?
FEDRO:
Esse si uguagliano anche cos.
SOCRATE:
Il mistero  irretito fra queste poche idee. L'analogia che perseguiamo forse aderisce a quelle figure, a quegli esseri semiconcreti e semiastratti che hanno s grande ufficio nelle nostre due arti. Le quali sono singolari e veraci creature dell'uomo, partecipi della vista, del tatto e pure dell'udito, ma anche della ragione, del numero, e della parola.
FEDRO:
Parli delle figure geometriche?
SOCRATE:
S. E dei gruppi di suoni, o dei ritmi, e dei modi musicali. Il suono, il suono puro  una specie di creazione, perch la natura ha soltanto rumori.
FEDRO:
Ma le figure non sono tutte geometriche?
SOCRATE:
Quanto un rumore  un suono musicale.
FEDRO:
E come distingui le une dalle altre, figure geometriche da quelle che non sono tali?
SOCRATE:
Consideriamo sbito queste ultime. Supponiamo, caro Fedro, d'essere ancora in vita, provvisti di corpo e avvolti dal corpo. Prendi uno stilo o, se vuoi, una pietra appuntita, e traccia su una muraglia un segno qualsiasi, senza pensarvi, d'un colpo. Lo fai?
FEDRO:
Immateriale, servendomi de' miei ricordi.
SOCRATE:
Che cosa hai fatto?
FEDRO:
Mi sembra d'aver tracciato una linea di fumo; va, si spezza, ritorna, si annoda o si arriccia, s'imbroglia: mi offre l'immagine d'un capriccio senza scopo, n principio n termine, non significando se non la libert del gesto consentito al mio braccio...
SOCRATE:
E cos la tua mano essendo in un luogo non sapeva dove sarebbe andata in seguito. Confusamente mossa dalla sola intenzione di lasciare il luogo che occupava, era trattenuta, per altro, e come frenata al crescere della sua distanza dal corpo... La pietra, rigando la pietra con varia facilit nelle differenti direzioni, aggiungeva questa possibilit alle tue...  una figura geometrica, Fedro?
FEDRO:
No certamente, ma ne ignoro il perch.
SOCRATE:
E se ora ti pregassi di disegnare colla pietra od il punzone la figura d'una cosa - di un'anfora, per esempio, o del profilo camuso di Socrate -, il tratto che segneresti sarebbe pi geometrico di quello inciso a caso sul muro?
FEDRO:
No, in s no.
SOCRATE:
Rispondi come io stesso avrei risposto: "In s no". Pure, senti che nel tuo atto suggerito da un modello v' qualche cosa di pi dell'atto precedente, a nulla inteso se non a rigare l'intonaco d'una parete. E tuttavia la figura tracciata, - il garbo di un'anfora o la bizzarra sinuosit del naso di Socrate, - non  in sostanza pi geometrica della prima linea condotta alla cieca. Ogni istante del tuo movimento  estraneo agli altri, non v' connessione necessaria tra la concavit del mio naso e la convessit della tua fronte, ma la tua mano non  pi libera di errare sul muro; ora "vuoi" qualche cosa, imponi al tuo disegno la legge esteriore di riprodurre una forma data; e cos costretto ne hai gi definito la legge con le parole: "rappresentare l'ombra della testa di Socrate sopra una superficie piana". Se la legge non basta a guidarti la mano, alla quale occorre anche la presenza del modello, ne governa per l'azione e ne fa uno strumento che ha il suo fine, la sua sanzione e i suoi limiti.
FEDRO:
Potrei dire in questo modo d'avere eseguito un atto geometrico, ma che la mia figura non  geometrica?
SOCRATE:/
Perfettamente. O magari puoi dire che , siccome rassomigliante; e che non  in senso assoluto.
FEDRO:
Vieni ora alle figure veramente geometriche.
SOCRATE:
Eccomi. Ma non credo di poter dire che cosa siano meglio di quanto ho gi fatto escludendo le altre figure.
FEDRO:
Bisogna dirlo parimenti.
SOCRATE:
Io chiamo "geometriche" le figure che son tracce dei moti che possiamo esprimere con poche parole.
FEDRO:
Sicch, ordinando a qualcuno di camminare, questa sola parola genera figure geometriche?
SOCRATE:
No. Se dico: "Cammina!", quest'ordine non definisce abbastanza il movimento, perch si pu andare innanzi o indietro, obliquamente o per traverso... Bisogna definire il moto con una sola proposizione, in modo s preciso da non lasciare al corpo mobile se non la libert di compierlo; e questa proposizione dev'essere obbedita in tutti gli istanti del moto, sicch tu pensi le singole parti della figura all'istesso modo, differenti soltanto per l'estensione. Ov'io ti dica di camminare tenendoti sempre ad ugual distanza da due alberi, tu generi una figura geometrica, se conservi nel moto la condizione che ti ho imposto.
FEDRO:
E poi? Che cosa ha di meraviglioso questa generazione?
SOCRATE:
Non conosco nulla che sia pi divino, n pi umano: nulla  pi semplice, nulla pi potente.
FEDRO:
Sono curioso delle tue ragioni.
SOCRATE:
Amico mio, non trovi dunque ammirevole che la vista e il movimento siano congiunti cos strettamente da permettermi di cambiare in moto un oggetto visibile, quale una linea, e un movimento in un oggetto?; che questa trasformazione sia certa, e sempre la medesima, e creata dalla parola? La vista m'imprime un moto e questo mi fa sentire la sua generazione e i legami del disegno. Mosso cos dalla vista, il moto mi arricchisce di un'immagine, e lo stesso m' dato che vi giunga pel tramite del tempo o che lo trovi nello spazio...
FEDRO:
Ma in che cosa ti sono necessarie le parole? E perch tanto poche?
SOCRATE:
Questo, caro Fedro, importa di pi: nessuna geometria senza la parola. Se no le figure sono accidenti e non manifestano n servono la potenza dello spirito; cos, riducendosi i moti che le generano a semplici atti, e questi atti essendo dichiarati dalla parola, ogni figura  una proposizione che pu comporsi con altre. Distratti dalla vista e dal moto, sappiamo riconoscere le propriet delle combinazioni da noi fatte, sappiamo costruire od arricchire l'estensione con stringenti discorsi.
FEDRO:
Allora il geometra, considerata la figura a sufficienza, in certo qual modo, chiusi gli occhi, diventa cieco?
SOCRATE:
Per un po' si ritrae dalle immagini e s'abbandona ciecamente al destino che vien dato alle parole dai mezzi dello spirito. Nel cuore d'un laborioso silenzio le parole pi complesse si risolvono nelle pi semplici, le idee prima identiche eppure distinte si confondono, le forme intellettuali simiglianti si riassumono e si semplificano, le nozioni comuni collocate in proposizioni differenti gli fanno da vincolo e scompaiono, permettendo di riunire le altre cose alle quali erano separatamente annesse... Del pensiero non restano se non gli atti puri; e il pensiero, grazie ad essi e per s, muta e si riconquista, per estrarre infine dalle sue tenebre la compiuta variet delle sue operazioni...
FEDRO:
Questo cieco ammirabile cos si contempla come il teatro d'una coreografia sapiente di simboli... Ricordi lo sguardo bieco di Diocle?
SOCRATE:
Ma queste meraviglie non sono che i sommi effetti del linguaggio.
FEDRO:
Ecco che il linguaggio  costruttore!... Lo conoscevo come sorgente delle favole, e, per taluni,  anche il genitore dei...
SOCRATE:
Fedro, Fedro, l'empiet  senza grazia in questi luoghi, che non essendovi folgori la bestemmia perde ogni merito...; e in questi vaghi prati la cicuta non alligna. Veramente, la parola pu costruire come pu creare e pu corrompere... Se un altare le si innalzasse dovrebbe offrire alla luce tre facce differentemente ornate, e potendola raffigurare sotto apparenze umane le darei tre volti. Quasi informe, l'uno significherebbe la parola comune, che muore appena nata e subito si perde, proprio per l'effetto stesso dell'uso, trasformandosi nel pane che si domanda, o nella strada che qualcuno ci indica, o nella collera di chi viene colpito dall'ingiuria. Il secondo dalla bocca rotonda farebbe sprizzare un fiotto cristallino d'acqua lustrale, avrebbe nobilissimi lineamenti, occhio grande nell'entusiasmo, collo potente e gonfio quale fanno alle Muse gli statuari.
FEDRO:
E il terzo?
SOCRATE:
Per Apollo, come figurarlo?... Occorrerebbe non so qual fisionomia inumana, con lineamenti del rigore e della sottigliezza che gli Egizi seppero imporre, dicono, al viso dei loro Iddii.
FEDRO:
Dicono il vero. L'astuzia, gli enigmi, una precisione quasi crudele, un'acutezza implacabile e quasi bestiale: tutti sono visibili sui simulacri di quelle dure divinit i segni dell'attenzione felina e d'una feroce spiritualit. L'abile miscela, dosata d'acutezza e di freddezza, cagiona all'anima un malessere e un'inquietudine particolari: quei mostri silenziosi e lucidi, infinitamente calmi e infinitamente eccitati, severi, quasi immanenti o prossimi a una stanchezza fatale, appaiono come l'Intelligenza stessa, bestia ed animale impenetrabile che tutto penetra.
SOCRATE:
Che cos' pi misterioso della chiarezza?... che pi capriccioso della distribuzione, sulle ore e sugli uomini, delle luci e delle ombre? Certi popoli si smarriscono nei loro pensieri, ma per noi Greci, tutto  forma. Noi, non consideriamo che rapporti e, come immersi in una luce limpida, simili ad Orfeo, col mezzo della parola costruiamo templi di saggezza e di scienza che possono bastare a tutti gli esseri ragionevoli. Quest'arte magistrale vuole un linguaggio mirabilmente preciso e vien designata coll'istesso nome che han fra noi la ragione e il calcolo: un nome solo dice queste tre cose. Infatti che cos' la ragione se non il discorso stesso, quando i significati dei termini sono ben definiti e soccorsi dalla loro permanenza, e quando questi significati immutabili si adattano gli uni agli altri, e si compongono chiaramente?  cos una cosa sola col calcolo.
FEDRO:
Come mai?
SOCRATE:
Perch tra le parole v'hanno i numeri, che son le parole pi semplici.
FEDRO:
Ma quelle che non sono semplici, non s'adattano al calcolo?
SOCRATE:
Difficilmente.
FEDRO:
Perch?
SOCRATE:
Perch furono create separatamente: le une in un determinato istante e per un dato bisogno, le altre in una diversa circostanza. E poich non un solo aspetto delle cose o un solo desiderio o un solo spirito possono averle composte con un unico atto, nel loro insieme non sono appropriate ad alcun uso particolare; e riesce impossibile condurle a sviluppi certi e lontani, senza per altro smarrirci nelle loro ramificazioni infinite... Bisogna aggiustare queste parole complesse come vien fatto dei blocchi irregolari, speculando sulle possibilit e sulle sorprese che ci riservano gli ordinamenti di tal sorta; e chiamare "poeti" coloro che per tal lavoro son prediletti dalla fortuna.
FEDRO:
Sembri votato all'adorazione dell'architettura! Non puoi parlare senza togliere in prestito all'arte maggiore le sue immagini ed il saldo ideale.
SOCRATE:
Sono tutto impregnato dei ragionamenti d'Eupalino che tu riferivi: essi hanno risvegliato in me qualche cosa di rassomigliante.
FEDRO:
Nascondi un architetto?
SOCRATE:
Nulla ci pu sedurre e nulla ci pu invaghire, nulla fa teso il nostro orecchio e fisso il nostro sguardo, nulla scegliamo nella moltitudine delle cose: nulla rende varia la nostra anima che in un modo qualsiasi non preesistesse nell'esser nostro o non fosse in segreto atteso dalla nostra natura. Tutto ci che diveniamo, sia pure transitoriamente, era disposto: in me v'era un architetto, che le circostanze non compirono.
FEDRO:
Come lo sai?
SOCRATE:
Per non so quale profonda intenzione a costruire che, sordamente inquieta il mio pensiero.
FEDRO:
Non ne desti segno, quando s'era vivi.
SOCRATE:
T'ho detto ch'io nacqui parecchi e che son morto uno. Il bimbo che nasce  una folla innumerevole ridotta ben presto dalla vita a un solo individuo: quello che si manifesta e che muore. Molti Socrate nacquero con me, donde a poco a poco si distacc il Socrate destinato ai giudici ed alla cicuta.
FEDRO:
E che cosa son diventati tutti gli altri?
SOCRATE:
Idee. Sono rimasti allo stato di idee. Domandarono d'essere, ma gli fu ricusato. Io li ho mantenuti in me come miei dubbi e mie contradizioni... Alle volte questi germi di persone sono favoriti dalle occasioni, e siamo molto prossimi allora a cambiar natura. Ci riconosciamo gusti e doni che non supponevamo in noi: il musico diviene stratego, il pilota si sente medico, colui ch'era di virt specchiata ed esemplare si scopre nascosto un Caco, e l'anima d'un ladro.
FEDRO:
Vero  che talune et dell'uomo sono come incroci di strade.
SOCRATE:
L'adolescenza  singolarmente situata in mezzo alle strade... Un giorno, ai mie' bei tempi, mio caro Fedro, conobbi una strana esitazione fra le mie anime: fu il caso a mettermi in mano l'oggetto pi ambiguo del mondo, e le riflessioni infinite alle quali esso m'avvi potevano tanto condurmi al filosofo che ero, quanto all'artista che non sono stato...
FEDRO:
 un oggetto che ti ha cos variamente eccitato?
SOCRATE:
S, un povero oggetto, una certa cosa che trovai camminando, fu l'origine d'un pensiero che si spartiva fra costruire e conoscere.
FEDRO:
Meraviglioso oggetto! Oggetto comparabile al vaso di Pandora che conteneva insieme tutti i beni e tutti i mali!... Mostrami quest'oggetto, come fa il grande Omero coll'ammirevole scudo del Pelide!
SOCRATE:
Tu pensi giustamente che sia indescrivibile... La sua importanza  inseparabile dal turbamento che mi provoc.
FEDRO:
Spigati meglio.
SOCRATE:
Ebbene, Fedro, ecco come fu: Camminavo sulla riva del mare, lungo una spiaggia senza termine... (non ti racconto un sogno), andando non so dove, troppo gonfio di vita, quasi ebbro di giovinezza. L'aria deliziosamente rigida e pura, pesandomi sul viso e sulle membra, opponeva un eroe impalpabile, che dovevo vincere per avanzare. La resistenza, sempre rintuzzata, ad ogni passo faceva di me un eroe immaginario, vittorioso del vento, ricco di forze sempre nuove, sempre pari alla potenza dell'avversario invisibile... Quest', precisamente, la giovinezza. Battevo la riva sinuosa, premuta e ribadita dall'onda; intorno tutto m'era semplice e puro: il cielo, la sabbia, l'acqua. Guardavo venire di lontano quelle grandi forme che sembran correre sin dalle rive libiche, trasportando sull'immensa distesa liquida vette scintillanti, valli incavate e la propria implacabile energia, dall'Africa sino all'Attica, per fermarsi infine contro lo zoccolo ellenico, rompersi sulla base sottomarina e recedere in disordine verso l'origine della loro esistenza. Le onde, a tal punto, disfatte e confuse, sono raggiunte dalle successive come se le figure del mare si combattessero. Le gocce innumerevoli, franti i legami, proiettano scaglie lucenti; i bianchi cavalieri si scavalcano, e tutti gli altri, appena sciolti dal mare inesauribile, periscono e riappaiono con tumulto monotono, su un pendo lieve e quasi impercettibile, che tuttavia il loro impeto, sebbene nato all'estremo orizzonte, non saprebbe ascendere... Qui la schiuma gettata lontanissimo dal flutto pi alto forma macchie giallastre e iridate che si frantumano al sole, o dal vento son respinte e disperse curiosamente, come bestie impaurite al salto brusco del mare. Io godo la nascente e vergine schiuma..., al contatto stranamente dolce: tiepido latte aereato che sprizza dal seno marino con violenza voluttuosa, inonda i piedi nudi, li abbevera, li supera, vi ridiscende sopra, e geme con voce che lasciata la riva si riassorbe. Mentre la statua umana, presente e viva, si tuffa nella mobile sabbia, l'anima si abbandona alla potente musica sottile e, placata, la segue in perpetuo.
FEDRO:
Tu mi fai rivivere. O linguaggio saturo di sale! O parole veramente marine!
SOCRATE:
Mi sono abbandonato a parlare... Abbiamo l'eternit per discorrere del tempo e siamo qui a inaridirci gli spiriti, come le Danaidi.
FEDRO:
E l'oggetto?
SOCRATE:
Giace sulla riva dove camminavo, dove mi son fermato, dove ho visto lo spettacolo di cui ti ho detto; e, a te noto quanto a me, ricordato in questo luogo trae non so che di nuovo dall'essere ormai scomparso per sempre. Attendi dunque: ritrover in poche parole quel che non cercavo.
FEDRO:
Siamo tuttavia sulla riva del mare?
SOCRATE:
Necessariamente. Il confine tra Nettuno e la Terra, ognora conteso dalle divinit rivali,  il luogo del pi funebre e ininterrotto commercio. Ci che il mare rifiuta, ci che la terra non sa trattenere, i relitti enigmatici, le membra paurose delle navi sconnesse, nere come il carbone e quasi combuste dall'acque salse; le carogne orribilmente beccate e levigate dai flutti, l'erbe molli disvelte dalle tempeste alla pastura trasparente delle mandrie di Proteo, i mostri flosci dai colori freddi e smorti; tutte le cose, infine, che la fortuna abbandona ai furori littorali ed alla contesa senza conclusione dell'onda colla riva, vengono l portate e deportate, sollevate, riabbassate, prese, perdute, riprese secondo l'ora e il giorno: tristi testimoni dell'indifferenza dei destini, ignobili tesori in bala d'un commercio perpetuo ed immutevole...
FEDRO:
E l trovasti?
SOCRATE:
Proprio l, trovai una di quelle cose rigettate dal mare, una cosa bianca, d'incorrotta bianchezza. Polita, dura, dolce, leggera, brillava al sole, sulla sabbia levigata, oscura e cosparsa di scintille; la presi, vi soffiai sopra, la strofinai sul mio mantello, e la sua forma singolare arrest tutti gli altri miei pensieri. Chi ti ha fatto?, pensai. Diversa da ogni altra, eppure non informe, sei tu il giuoco della natura, o cosa senza nome, a me giunta per invio degli dei fra le immondizie ripudiate stanotte dal mare?
FEDRO:
Quant'era grande l'oggetto?
SOCRATE:
Grosso quasi come il mio pugno.
FEDRO:
E di qual materia?
SOCRATE:
Della materia stessa della sua forma: materia d'incertezza. Era forse un osso di pesce bizzarramente consumato dallo scorrere della sabbia fine sotto le acque; o avorio tagliato per non so che uso da un artigiano d'oltremare? Chi sa...? Una divinit perita col vascello su cui stava vigilante a buona sorte? Ma chi dunque ne era l'autore? Il mortale obbediente a un'idea, che colle mani intese ad uno scopo estraneo alla materia da attaccare, raschia, recide o ricongiunge, s'arresta e giudica, e si separa infine dall'opera sua come qualcosa gliela annunzia compiuta?... O l'opera d'un corpo vivo che ignorandolo lavora sulla sostanza propria, e si forma ciecamente gli organi, le armature, il guscio, l'ossa, le difese; e del nutrimento attinto intorno a s fa partecipe la costruzione misteriosa ond'egli dura?
Ma, forse, non era se non il frutto d'un tempo infinito... Per l'eterno lavoro dell'onde marine, un frammento di roccia, rotolato fra urti da ogni parte, se la roccia  materia d'ineguale durezza ed indocile ad arrotondarsi, forse pu assumere col tempo un'apparenza inconfondibile.
N  del tutto impossibile che un pezzo di marmo o di pietra informe affidato all'agitazione perenne delle acque, ne sia un giorno ritratto per un caso d'altra specie, ed acquisti allora una rassomiglianza con Apollo. Voglio dire che se il pescatore ha un'idea di quella faccia divina, la riconoscer sul marmo raccolto nelle acque. Ma il viso sacro  nella cosa in s soltanto come una forma effimera della famiglia delle forme imposte dall'azione dei mari: i secoli non contano e chi ne dispone pu mutare ci che vuole in quel che vuole.
FEDRO:
Sicch, caro Socrate, il lavoro d'un artista, quando immediatamente e con volont costante fa un busto come quello di Apollo,  in certo modo all'opposto del tempo indefinito?
SOCRATE:
Precisamente, come se gli atti rischiarati da un pensiero abbreviassero il corso della natura. E pu dirsi con sicurezza che un artista valga mille secoli o centomila o anche di pi! - Cio, questo tempo quasi inconcepibile sarebbe occorso all'ignorante, o al caso, per ottenere ciecamente l'istessa cosa che il nostro uomo eccellente ha potuto compiere in pochi giorni. Ecco una strana misura delle opere!
FEDRO:
Strana davvero e gran sventura non potercene servire... Ma, dimmi, che facesti con quella cosa nelle mani?
SOCRATE:
Per qualche momento, e la met d'un momento, mi feci a considerarla in tutte le sue facce. La interrogai senza aspettare risposta... Opera della vita, dell'arte, o del tempo, e giuoco di natura? Non potendo decidere..., a un tratto buttai di nuovo in mare il singolare oggetto.
FEDRO:
L'acqua zampill, e ti sentisti pi lieve,
SOCRATE:
Non tanto facilmente lo spirito si libera di un enigma e l'anima non torna in calma semplicemente come il mare... La questione appena nata, non priva di sussidi, di risonanze, di tempo, n di spazio, cominci a crescere nella mia anima e per alcune ore mi ciment. Vano respirare deliziosamente e lasciare che i miei sguardi godessero le chiare bellezze dell'estensione, mi sentivo tuttavia prigione d'un pensiero, alimentato dai miei ricordi con esempi ch'esso cercava di volgere a suo vantaggio. E gli presentai mille cose, giacch allora non ero esperto dell'arte di riflettere e di lusingare tanto da presentire ci che occorreva e non occorreva esigere da una verit ancora troppo giovine e troppo debole per sopportare tutti i rigori d'un lungo interrogatorio.
FEDRO:
Vediamo un po' cos fragile verit.
SOCRATE:
Non oso offrirtene il diletto...
FEDRO:
Ma proprio tu l'hai proposto!
SOCRATE:
S, l'esporla mi sembrava cosa pi degna... Ma, come m'avvicino, e trovandomi sul punto di dirla, mi coglie il pudore e provo un poco di vergogna a farti conoscere l'ingenua produzione della mia et d'oro.
FEDRO:
Quant'amor proprio! Dimentichi che siamo ombre...
SOCRATE:
Ecco dunque la mia idea ingenua. Imbarazzato da quell'oggetto di cui non arrivavo a conoscere la natura, da tutte le categorie richiesto o ripudiato parimenti, tentai di sottrarmi all'immagine eccitante della mia scoperta. Come avrei potuto se non coll'espediente d'ingrandire la difficolt? Insomma, mi dicevo, lo stesso imbarazzo propostomi dall'oggetto trovato pu venir concepito anche per un oggetto noto. Ma per questo, essendo noto, possediamo la domanda e la risposta; o, meglio, possediamo soprattutto la risposta e, sentendo d'averla, trascuriamo di formulare la domanda... Supponiamo dunque ch'io consideri una cosa molto familiare quale una casa, una tavola, un'anfora; s'io fingessi per qualche tempo d'essere selvaggio affatto e di non aver mai visto oggetti simili, potrei a diritto crederli di fattura umana... Non sapendo a quale uso servano, anzi nemmeno se riescano ad avere un uso, e non essendovi, per altro, chi possa consigliarmi, bisogna pure ch'io immagini il mezzo di acquietare il mio spirito.
FEDRO:
E che cosa immaginasti?
SOCRATE:
Cercando, trovando, perdendo e ritrovando il modo di discernere ci che vien prodotto dalla natura e ci che vien fatto dagli uomini, mi fermai per qualche tempo, coll'occhio esitante nei coni di numerose luci. Quindi presi a camminare molto rapido verso terra: come taluno in cui i pensieri, dopo lunga agitazione di tutti i sensi, sembrino alfine orientarsi e comporsi in un'unica idea, per generare contemporaneamente nel suo corpo la decisione d'un movimento ben determinato ed un'andatura decisa...
FEDRO:
Questo lo sento, e ho sempre ammirato come l'idea sopraggiunge, ancorch astrattissima, dia ali e conduca non importa dove: fermarsi, poi ripartire, ecco che cos' pensare!
SOCRATE:
E quasi correndo ragionavo cos: un albero carico di foglie  un prodotto della natura,  un edifizio di cui son parti le foglie, i rami, il tronco e le radici. Supposto che ciascuna di queste parti mi dia l'idea d'una certa complessit, dico che l'insieme di quest'albero  pi complesso d'una sua parte qualsiasi.
FEDRO:
Questo  chiaro.
SOCRATE:
Io ero ben lungi dal pensarlo, ma avevo appena diciott'anni e non conoscevo che certezze. L'albero, dunque, comprendendo queste e quelle parti, ne comprende e ne assume tutte le diverse complessit; e il medesimo avviene d'un animale, il cui corpo tutt'intero  cosa pi complessa del piede, o della testa, poich la complessit del tutto comprende in qualche sorta, quali parti, le complessit delle diverse parti.
FEDRO:
Gli , mio caro Socrate, che non si pu mica concepire un albero come parte di foglia, o accessorio d'una radice, n un cavallo come organo o parte della sua coscia...
SOCRATE:
Ne arguii subito che in tutti questi esseri il grado dell'insieme  necessariamente pi elevato del grado dei particolari; o, meglio, che pu essere uguale o pi elevato di questo, ma mai inferiore.
FEDRO:
Il tuo pensiero mi sembra abbastanza chiaro, ma il difficile sta nel concepire limpidamente il rapporto dei gradi.
SOCRATE:
T'ho detto e ripetuto che avevo diciott'anni! Pensavo, come potevo, a un grado dell'ordine e della distribuzione delle parti e degli elementi raggruppati per formare un essere... Ma tutti gli esseri di cui ho parlato sono prodotti dalla natura, e s'accrescono in modo tale che la materia onde son fatti, le forme che assumono, le funzioni che consentono, i mezzi coi quali essi compongono nello spazio e nelle stagioni, risultino legati fra loro invisibilmente da segreti rapporti; e forse appunto questo vogliono dire le parole: "prodotto dalla natura". Ben altrimenti avviene degli oggetti che sono opera d'uomo: la loro struttura ... un disordine!
FEDRO:
Come pu essere!?
SOCRATE:
Non hai la sensazione, quando pensi, di disordinare qualche cosa?; e quando t'addormenti, di lasciare che essa si ordini come le riesce?
FEDRO:
Non so...
SOCRATE:
Non fa nulla, continuo. Gli atti dell'uomo che costruisce o fabbrica qualcosa non si preoccupano di "tutte" le qualit della sostanza da modificare, ma solo di quelle sufficienti al nostro intento. Bastano all'oratore gli effetti del linguaggio, bastano al logico le sue relazioni come la sua coerenza, e l'uno trascura il rigore quanto l'altro gli abbellimenti. Del pari, nell'ordine materiale: una ruota, una porta, un tino, richiedono appropriata solidit, giusto peso e sicura facilit di aggiustamento o di lavoro; e se il castagno e l'olmo e la quercia sono adatti in ugual misura, o quasi, il carradore o il falegname li impiegheranno presso a poco indifferentemente, non badando che alla spesa. Ma nella natura non vedrai il limone produrre mele, nemmeno quando forse costerebbe meno di dar limoni.
L'uomo, ti dico, fabbrica per astrazione, ignaro e dimentico d'una gran parte delle qualit di ci che impiega, solo inteso alle condizioni limpide e distinte che pi spesso possano venir soddisfatte simultaneamente da parecchie specie di materie, e non da una sola. Egli beve il latte, o il vino, o l'acqua, o la cervogia, all'istesso modo dall'oro, dal vetro, dal corno o dall'onice; sia l'anfora tozza o slanciata, in forma di foglia o di fiore, o con bizzarre volute ritorta alla base, il bevitore non considera che il bere. Quegli stesso che ha fatto la coppa non ha mai potuto, se non grossolanamente, accordarne la sostanza, la forma e la funzione, giacch l'intima e reciproca obbedienza delle tre cose ed il loro profondo legame non potrebbero non essere opera della medesima natura naturante. L'artigiano non pu compiere il suo lavoro senza violazione o turbamento d'un ordine, mediante forze da lui applicate alla materia, per renderla adatta all'idea da imitare e all'uso previsto.  per fatalmente condotto a produrre oggetti che nel loro insieme sono d'un grado inferiore a quello delle parti; ove costruisca una tavola, l'intero mobile possiede una struttura molto meno complessa del tessuto delle fibre del legno: egli avvicina grossolanamente, e in un certo ordine estraneo, i pezzi d'un grande albero, i quali s'erano formati e sviluppati secondo altri prodotti.
FEDRO:
Mi viene allo spirito uno strano esempio di siffatto disordine.
SOCRATE:
E quale?
FEDRO:
L'ordine stesso, l'ordine s ammirevole che l'arte dello stratego impone agli individui preparandoli a servire sotto le armi. Ricordi, caro Socrate, le giornate dedicate agli schieramenti ed alle formazioni, in massa o sparse, per abituare la giovent all'obbedienza militare e all'unanimit dell'azione?
SOCRATE:
Per Ercole! fui soldato e buon soldato.
FEDRO:
Ebbene, quelle lunghe righe irte, quelle falangi di petti formidabili, quei rettangoli d'armi, da noi formati sui piani polverosi, non eran figure semplicissime, mentre ogni loro elemento era il pi complesso oggetto del mondo, un uomo? E tra quegli uomini v'erano dei Socrate e dei Zenone, mirabili elementi nei quali all'ordinaria complessit degli uomini s'aggiunge quella degli universi possibili ch'essi hanno nel loro spirito!
SOCRATE:
Il tuo esempio torna. Ricordo che talvolta m'occorreva di chiedere testimonianze alla ragione affinch la mia anima ricca e numerosa accettasse quella funzione, di semplice unit e di parte indiscernibile d'un esercito. Tu vedi, per, che l'ordine e il disordine, convenientemente condotti, spiegano o almeno avvicinano molte cose.
FEDRO:
Mosso da quell'oggetto trovato sulla riva del mare, al quale altri non avrebbe prestato la minima attenzione, il tuo genio adolescente si elev quasi subito a considerare una differenza importantissima e semplicissima. Da un minimo incidente hai tratto questo pensiero: che le creazioni umane si riducono al conflitto di due generi d'ordine, uno dei quali, naturale e dato, subisce e sopporta l'altro, ch' l'atto dei bisogni e dei desidri umani.
SOCRATE:
Questo ho creduto. All'uomo non abbisogna tutta la natura, ma solo una parte.  filosofo colui che concepisce sempre pi vasto e vuole aver bisogno di tutto. Ma l'uomo che s'accontenta di vivere e basta, non abbisogna n di ferro n di bronzo "in s", bens di questa durezza o di quella duttilit; e costretto ad usarne ove le trova, cio in un metallo assieme ad altre qualit indifferenti,... non bada che al suo scopo. Se vuol conficcare un chiodo lo batte con una pietra, oppure con un martello di ferro o di bronzo o di legno durissimo, e lo conficca a piccoli colpi o d'uno solo pi forte o, qualche volta, premendo.
Il modo non gli importa, se il risultato  il medesimo, se il chiodo  confitto: ma ove non si badi a seguire il filo dell'azione e a considerare tutte le circostanze, queste operazioni appaiono affatto diverse, come fenomeni d'impossibile confronto.
FEDRO:
Ora capisco come tu abbia potuto esitare fra costruire e conoscere.
SOCRATE:
Bisogna scegliere tra l'essere un uomo ed essere uno spirito. L'uomo non pu agire se non perch pu ignorare e contentarsi d'una conoscenza parziale, che serve ad un suo particolare capriccio e un poco soverchia la misura del sufficiente.
FEDRO:
Da questo piccolo eccesso, tuttavia, siamo fatti uomini!
SOCRATE:
Uomini?... Credi davvero che i cani non vedano le stelle pur non sapendo che farne? Gli basterebbe di percepire colla vista le cose terrestri; ma l'occhio non  cos precisamente adatto alla mera utilit, che i cani non possano diventare capaci dei corpi celesti e del maestoso ordine notturno.
FEDRO:
Abbaiano instancabilmente alla luna!
SOCRATE:
E gli uomini, in mille modi, non si sforzano a colmare o a rompere il silenzio eterno degli spazi immensi e spaventosi?
FEDRO:
Ci hai consumato la vita!... Ma io, io non mi consolo mai della morte dell'architetto che era in te e che tu assassinasti per aver troppo meditato sul frammento d'una conchiglia! Con la tua profondit e le tue prodigiose sottigliezze avresti superato i nostri pi famosi costruttori: n Ictino n Eupalino di Mgara n Chersfrone di Cnosso n Spintano di Corinto sarebbero stati capaci di gareggiare con Socrate d'Atene.
SOCRATE:
Fedro, ti supplico!..., la materia sottile di cui ora siamo fatti non ci permette di ridere. Sento che dovrei ridere ma non posso... Smetti!
FEDRO:
Scherzi a parte, Socrate, da architetto che avresti fatto?
SOCRATE:
Non so... Soltanto vedo presso a poco come avrei condotto i miei pensieri.
FEDRO:
Conducili almeno fino alla soglia dell'edifizio che non hai costruito.
SOCRATE:
Mi basta seguitare questa specie di fantasioso ragionamento che ti tenevo or ora.
Abbiamo detto - o all'incirca dicevamo -, che tutte le cose visibili procedono da tre modi di generazione o di produzione che, per altro, si mescolano e si compenetrano... Le une principalmente manifestano il caso quale vedesi pei resti d'una roccia o d'un paesaggio qualsiasi, popolato di piante germogliate qua e l. Per le altre - come la pianta o l'animale o una scheggia di sale colle faccette agglomerate misteriosamente - concepiamo un accrescimento simultaneo, sicuro e cieco, nel tempo in cui il mondo sembra contenuto in potenza, come se nell'essere futuro esse aspettassero ci che furono, crescendo in armonia con le cose intorno... Vi sono, infine, le opere dell'uomo; le quali si oppongono in qualche sorta alla natura e al caso, per utilizzarli, violarli o, secondo quanto dicevamo, subirne il potere.
Ora, l'albero non costruisce i rami o le foglie, n il gallo il suo becco e le piume. Ma l'albero e tutte le sue parti, il gallo e tutte le sue membra sono costruiti dai princpi stessi, inseparabili dalla costruzione. Ci che fa,  indivisibile dalla cosa fatta: cos in tutti i corpi viventi o quasi viventi, quali i cristalli, giacch non vengono generati da atti, n per spiegarne la generazione si possono invocare combinazioni di atti: gli atti gi presuppongono gli esseri viventi. Non potremmo nemmeno affermare ch'essi siano spontanei senza far confessione d'impotenza... Sappiamo, per altro, che agli esseri, affinch siano, abbisognano mille cose intorno, e ne dipendono, anche se la loro azione sembri incapace di generarli da sola.
Gli oggetti fatti dall'uomo sono dovuti agli atti d'un pensiero. I princpi sono separati dalla costruzione e quasi imposti alla materia da un estraneo tiranno che glieli comunica per il tramite di atti. La natura invece non distingue nel suo lavoro i particolari dall'insieme, e germoglia ad un tempo da tutte le parti, incatenandosi a s senza tentativi, senza ritorni, senza modelli, senza mire particolari, senza riserve, Essa non divide il progetto dall'esecuzione, non va mai diritta senza badare agli ostacoli, ma con questi si compone, li mischia al suo corso, li scarta o li impiega, come se la strada scelta, il tempo speso a percorrerla da una cosa che vi si incammina, e questa e persino le difficolt opposte dalla strada, fossero di sostanza uguale. Se tu agiti un braccio, distinguo il braccio dal gesto, e fra il gesto ed il braccio concepisco una relazione di mera possibilit; ma rispetto alla natura il gesto del braccio ed il braccio non si possono separare...
FEDRO:
Costruire sarebbe dunque creare per princpi separati...
SOCRATE:
S. Infatti l'uomo crea in due tempi, uno dei quali si svolge nel dominio del puro possibile, in seno alla sostanza fine che pu imitare tutte le cose e combinarle all'infinito. L'altro  il tempo della natura che contiene in un certo modo il primo, e in un altro ne  contenuto. I nostri atti partecipano d'ambedue, e il progetto  distinto dall'atto come questo dal risultato.
FEDRO:
Ma come pu concepirsi la separazione, e come si trovano i princpi?
SOCRATE:
Non sempre sono cos distinti come ho detto e, del resto, non tutti gli uomini li distinguono ugualmente; ma una riflessione molto semplice e primitiva basta a darne l'idea. Nel tutto l'uomo discerne tre grandi cose: il proprio corpo, l'anima e il resto del mondo, i quali si comunicano senza interruzione e talvolta anche si confondono, ma per un certo tempo, che poi si distinguono netto l'una dall'altro, come se il loro miscuglio non fosse durevole e la loro divisione dovesse, ogni tanto e necessariamente, riavvivarsi.
FEDRO:
Talora, l'uomo che dorme scambia la propria gamba per una pietra, ed il riposo per un movimento; scambia il desiderio colla gloria, il pulsare delle vene per una voce misteriosa, e come una mosca gli sfiora il viso sente un volto terribile che lo perseguita... Ma tutto ci non potrebbe durare; egli si desta: conservando il passato all'anima, l'allontana dal corpo, e divide di nuovo tutte le cose per rifabbricarsi secondo i suoi princpi.
SOCRATE:
 per ragionevole pensare che le creazioni dell'uomo siano fatte pel corpo, e questo principio chiamano utilit, o sian fatte per l'anima, e lo vanno cercando col nome di bellezza. Ma, per altro, chi costruisce o crea, considerando come il resto del mondo e il fluire della natura tendano in perpetuo a dissolvere, a corrompere o a capovolgere quant'egli fa, deve riconoscere un terzo principio e cercare di comunicarlo alle sue opere. Esso esprime la resistenza con cui l'uomo vuole che le opere si oppongano al destino che le fa periture, e per ricerca la solidit o la durata.
FEDRO:
Ecco i caratteri maestri di un'opera completa.
SOCRATE:
Solo l'architettura li esige, e li porta al sommo.
FEDRO:
Per me non v' arte pi completa.
SOCRATE:
In tal modo il corpo costringe a volere ci ch' utile o semplicemente comodo; e l'anima domanda il bello; ma il resto del mondo con le sue leggi e il caso, ci obbliga ad esaminare ogni opera sotto l'aspetto della solidit.
FEDRO:
Ma questi princpi, cos distinti nell'espressione che gli dai, non sono invero sempre mescolati? Talvolta m' parso che l'impressione del bello nascesse dall'esattezza, e che l'armonia quasi miracolosa d'un oggetto colla sua funzione generasse una specie di volutt. Se tutto ci  perfetto, suscita nelle nostre anime un sentimento di parentela del bello col necessario; e la facilit, o la semplicit ultime del risultato, messe a raffronto colla complicazione del problema, ci ispirano non so quale entusiasmo: l'eleganza inattesa, ecco, ci inebria. Nulla  inutile in queste felici fabbricazioni, che solo conservano quant' unicamente dedotto dalle esigenze dell'effetto da ottenere; ma sentiamo che forse solo un dio potrebbe governare s pura deduzione. Si danno utensili ammirevoli, stranamente chiari, politi come ossa, ansiosi di atti o di forze, e non d'altro.
SOCRATE:
Essi, in qualche modo, si son fatti da s, ed han la forma migliore che l'uso secolare abbia potuto imporre, che la pratica innumerevole, raggiunta un giorno quella ideale, vi si ferma. Le mille prove di migliaia d'uomini convergono lentamente verso la figura pi economa e pi sicura; una volta ottenuta, tutti la imitano ed i milioni di copie corrispondono sempre alle miriadi di brancolamenti anteriori e li celano: questo si vede anche nell'arte capricciosa dei poeti, non soltanto in quella materiale del carradore e dell'orafo... Chi sa, Fedro, che anche lo sforzo degli umani alla ricerca di Dio, i riti, le preghiere tentate, la volont inesausta di trovare le pi efficaci...; chi sa che i mortali a lungo andare non trovino una certezza, o una stabile incertezza conforme esattamente alla loro natura, se non a quella d'Iddio?
FEDRO:
Si danno pure discorsi tanto brevi, taluno d'una parola, e cos energici e densi, e di cos profonda ricchezza che par vi si concentrino anni ed anni di intime discussioni e di eliminazioni segrete. Interi e decisivi come atti sovrani, di essi e delle loro poche parole gli uomini si nutriranno a lungo...
E i geometri? Credi tu che tra loro non si dia una ricerca singolare, e che non s'abbiano esempi meravigliosi di s rigorosa specie di bellezza?
SOCRATE:
Anzi,  quel che in essi si d di pi prezioso. Quando perseguono uno scopo particolare, si fanno ad avvicinare le verit pi generali e le riuniscono e le compongono, sembra, senza alcun secondo fine. Ignoto il loro disegno, nascosta la loro mira reale, non si vede dapprima dov'essi vogliano giungere... Perche tracciare questa linea? perch ricordare questa proposizione?... perch fare questo e non quello? - Non si tratta pi del problema ch'era un giuoco: e come se l'avessero dimenticato, perdendosi nel divagare dialettico...; ma ad un tratto una semplice osservazione: l'uccello cade dalle nubi, la preda  ai loro piedi, e mentre ancora ci domandiamo che cosa pretendano di fare, essi gi ci guardano sorridendo!
FEDRO:
Con disprezzo.
SOCRATE:
Quegli artisti non han motivo di modestia. Trovato il modo d'una inestricabile miscela della necessit e degli artifizi, inventano giri ed escogitano destre illusioni che sono i sotterfugi della ragione. La pi ampia libert non nasce dal pi stretto rigore? Per il loro segreto  abbastanza noto: essi sostituiscono alla natura contro cui si ingegnano gli altri artisti, una natura pi o meno estratta dalla prima, ma le cui forme e gli esseri non sono se non atti dello spirito, ben determinati e conservati coi loro nomi. In questa maniera essenziale costruiscono mondi in s perfetti, che talvolta s'allontanano dal nostro per diventare inconcepibili; e talvolta vi si avvicinano fino a coincidere parzialmente col reale.
FEDRO:
E cpita talvolta che la pi alta speculazione fornisca armi alla pratica...
SOCRATE:
L'estensione dei loro poteri  appunto il trionfo del modo di costruire di cui ti parlavo.
FEDRO:
Per princpi separati?
SOCRATE:
Per princpi separati.
FEDRO:
Intendo questi princpi e questa separazione per le cose speculative; ma ci che  reale si presta altrettanto bene a queste distinzioni?
SOCRATE:
Non cos facilmente. Tutto il sensibile esiste, in qualche sorta, in diversi modi; tutto il reale s'adatta ad infinite conseguenze, compie mille funzioni e reca in s pi conseguenze che l'atto d'un pensiero non possa abbracciare. Ma l'uomo comanda qualche volta, per un certo tempo, a cos numerosa realt e un po' la vince.
FEDRO:
Gi lo intesi al Pireo: bocca molto libera teneva ragionamenti poco diversi da questi, crudamente dicendo che colla natura bisogna usare astuzia e all'occorrenza imitarla, per costringerla, opporla a s medesima e rapirle i segreti che si volgessero contro il suo mistero.
SOCRATE:
Tu dunque hai conosciuto numerosi Eupalino?
FEDRO:
Ho naturale curiosit degli uomini di mestiere, e cerco avidamente persone le cui idee, come gli atti, si interrogano e si rispondono con chiarezza. Il mio savio del Pireo era un Fenicio d'una strana molteplicit. Prima schiavo in Sicilia, da schiavo divenne misteriosamente padrone di barca, da marinaio si fece mastro calafato; e, stanco di raddobbi, lasciando i vecchi scafi per i nuovi, si improvvis costruttore di navi, mentre la moglie teneva una taverna a qualche passo dal cantiere. Non vidi mai un mortale di mezzi pi vari, pi istruito negli stratagemmi, pi curioso di ci che non lo riguardava e pi abile a servirsene nelle cose che lo interessavano... Considerando tutti gli affari sotto il solo rapporto della pratica e dell'agire, riteneva che il vizio e la virt fossero anch'essi occupazioni, le quali vogliono il loro tempo ed hanno le loro particolari eleganze, per farne mostra secondo l'occasione: "Talvolta, diceva, si prende il largo, e talvolta si  ridotti alle coste: l'essenziale  navigare con perizia!". Penso che egli abbia salvato qualche uomo in eventi marini ed altri ne abbia assassinato in seguito a contese che nascono nei lupanari o nei laboriosi negozi fra pirati. Ma tutto bene eseguito!
SOCRATE:
V' da temere che la sua ombra sia dal lato di Issione.
FEDRO:
Oh, se la sar sbrigata... Senza mai perdere la testa, si ripeteva ad ogni istante: tieni duro! tieni duro!... Il buon uomo!... mai un rimpianto, mai un rimprovero, mai un rimorso, mai un augurio...; ma tutto azione e denaro in contante!
SOCRATE:
Che cos' venuta a fare questa canaglia nel nostro discorso?
FEDRO:
Vedrai quale ausilio ci dar. Sappi dunque, diletto Socrate, che era provvisto del pi fino e capace orecchio che mai cranio abbia posseduto. Tutto ci che penetrava in quegl'intricati labirinti era preda d'un mostro singolarmente avido; la bestia rintanata in s solida conchiglia s'ingrassava di tutte le cose precise, e non so quanti linguaggi e ricette avesse digerito e quanta varia saggezza avesse mutato in sostanza eletta! Succhiatore di tanti cervelli, l'immaginavo fra detriti e scafi che fossero vuoti di mille spiriti esauriti!
SOCRATE:
Ma  un polipo che tu descrivi!
FEDRO:
Ed un polipo che interroga le acque popolose, sceglie salta, e brandisce i suoi tentacoli nello spessore dell'onda e vertiginosamente si impadronisce di ci che gli conviene, non  un essere cento volte pi vivo dell'immobile spugna? Quante spugne abbiamo conosciuto sempre appiccicate sotto un portico di Atene, assorbendo e restituendo senza sforzo tutte le opinioni fluttuanti intorno a loro; spugne di parole bagnate, imbevute indifferentemente di Socrate, d'Anassagora, di Melito, dell'ultimo che ha parlato!... Le spugne e gli sciocchi hanno in comune d'aderire, o Socrate!
Ritorniamo al mio figlio del mare. Figlio curiosissimo della baldracca clamorosa che richiama instancabilmente gli uomini, impadronendosene aveva assimilato ci che gli sembrava il meglio. Nato da avventure inaudite e da peccati veramente miracolosi, pallido, nero e bronzeo al mutare dei climi, aveva osservato con i propri occhi le meteore che non s'incontrano quasi mai, tratto in inganno i pesci pi sottili, e sedotto i mercanti pi duri e lusingato i pi infedeli. Indeciso con pi d'un'acre prostituta, or qui or l, sul salario da offrire o... da prendere, quest'uomo - lo crederesti? -, di ritorno dai perigli, correggendosi delle pi basse sregolatezze, s'intratteneva cogli uomini sapienti, i savi e i dotti che aveva imparato a riverire.
SOCRATE:
Dove mai?
FEDRO:
Sul mare. L, quando sei perduto lontano dalle terre, e la nave  simile al cieco abbandonato sul tetto d'una casa, il consiglio d'uno di questi saggi pu diventare il segno della tua salvezza. Una parola di Pitagora, un precetto ed un numero derivati da Talete, ove ad un tratto tu possa scorgere un pianeta e il sangue freddo non t'abbia abbandonato, ti riconducono in vita.
SOCRATE:
Ma tu, dove mi conduci?
FEDRO:
Volevo guidarti agli edifici di legno che costruiva il Fenicio, e bisognava, dapprima, fare il ritratto di tant'uomo... Se tu l'avessi visto una sola volta, con gli occhi orlati di rosso e simili ai fondi cuprei del mare infuocato, ove si muovono i pesci verdi ch' pericoloso mangiare!... Ma parlavamo, caro Socrate, del coniugio della pratica colla teoria. Pensavo di farti sentire a qual punto le vicissitudini della vita, e le lezioni che essa gli aveva venduto e quelle che egli aveva preso dai saggi, riuscivano a combinarsi nel suo spirito. L'audace Fenicio non smetteva dal considerare nella sua anima il problema della navigazione; dentro di s agitava senza tregua l'Oceano. Che cosa pu opporre l'uomo a quest'universo incostante, travagliato dagli astri lontani, corso da marosi e da montagne trasparenti, incerto alle rive, ignoto nelle profondit, origine di tutto ci che  vivente e tomba impenetrabile, sotto un velo di luce, dei moti di culla? Il suo demone industrioso l'incitava a voler fare i migliori vascelli che avrebbero scalfito le onde; e mentre gli emuli non andavano oltre l'imitazione dei modelli d'uso, e di copia in copia continuavano a ricostruire la nave d'Ulisse se non addirittura l'arca immemorabile di Giasone, egli, il sidonio Tridone, sempre pi penetrando nelle parti inesplorate della sua arte, sciogliendo i viluppi d'idee pietrificate, per risalire alla sorgente delle cose...
SOCRATE:
I pi, caro Fedro, ragionano su nozioni "bell'e fatte" ma non fatte da alcuno; e per, giacch nessuno ne  responsabile, servono male tutti.
FEDRO:
Ma lui, ti dissi, s'era procurato chiarezze affatto personali...
SOCRATE:
Le sole che possano essere universali...
FEDRO:
Egli immaginava con passione la natura dei venti e delle acque e cos la mobilit come la resistenza di questi fluidi; meditava la generazione delle tempeste e delle calme, la circolazione delle correnti tiepide e dei non mescolabili fiumi che scorrono misteriosamente puri fra gli argini bruni d'acqua salsa; considerava i capricci e i pentimenti delle brezze, le incertezze dei fondi, dei passi e degli estuari insidiosi...
SOCRATE:
Per Dio! Come poteva farne una nave?
FEDRO:
Credeva che una nave dovesse, in qualche sorta, crearla la coscienza del mare, e quasi confezionarla l'onda medesima!... Questa conoscenza consiste, in verit, nel sostituire il mare, nei nostri ragionamenti, colle azioni che esso compie su un corpo. Come se per noi si trattasse di trovare le azioni che si oppongono a quelle, e non avessimo pi da fare se non con un equilibrio di poteri, gli uni e gli altri chiesti alla natura in cui si combattono invano: ma il nostro potere, in tal materia, si riduce a disporre di forze e di forme. Tridone mi diceva che immaginava il suo vascello sospeso al braccio d'una enorme bilancia, coll'altro braccio portante una massa d'acqua... (non so bene quello che significasse...); ma poich il mare agitato - tutto si complica col moto - non s'accontenta di quest'equilibrio, egli cercava quale fosse la forma d'uno scafo colla carena press'a poco immutabile pel crollare della nave da un bordo all'altro, od il diverso danzare attorno a un qualche centro... Tracciava, cos, strane figure, dalle quali eran rese visibili a lui le segrete propriet del galleggiante senza che a me fosse dato riconoscervi una nave.
Altre volte studiava la rotta e la velocit, sperando e disperando di imitare a perfezione i pesci pi rapidi; e soprattutto lo interessavano quelli che nuotano agevolmente alla superficie e si trastullan colla schiuma fra due tuffi. Parlava, con l'abbondanza d'un poeta, di tonni e di marsuini, fra i cui salti e le libert aveva per s lungo tempo vissuto; ne cantava i grandi corpi lucenti come armi, i musi quasi ammaccati dalla massa dell'acqua opposta al loro cammino, i sommoli e le pinne - rigide come il ferro e come questo taglienti, ma sensibili agli sguscianti pensieri, e governati a capriccio dal timone verso i loro destini; - e, infine la vivente sicurezza nelle tempeste. Sembrava, ch'egli per sua virt sentisse in qual modo le loro forme favorevoli riuscissero a condurre, dalla testa verso la coda e pel cammino pi rapido, le acque che si trovano innanzi e che il procedere vuole rimesse indietro... Cosa veramente ammirevole, o Socrate, che da un lato non s'abbia possibilit di corsa se nessun ostacolo l'impedisce, e tutti gli sforzi che tu produci si distruggano a vicenda, e tu non possa spingere in un verso senza essere respinto nell'opposto, con eguale potenza. Per altro, trovato l'ostacolo necessario, esso lavora contro di te, assorbe le tue fatiche e ti concede parsimoniosamente lo spazio nel tempo. La scelta d'una forma  per nell'atto sottile dell'artista: spetta alla forma prendere dall'ostacolo ci che le occorre per procedere, e solo quanto impone meno vincoli al mobile.
SOCRATE:
Ma non  possibile copiare il marsuino o il tonno, e predare direttamente la natura?
FEDRO:
Cos credevo anch'io, nella mia ingenuit. Tridone mi ha disingannato.
SOCRATE:
Ma il marsuino non  una specie di nave?
FEDRO:
Tutto varia colle dimensioni, ch non corre un rapporto tanto semplice tra la forma e l'accrescimento, n questo  connesso alla solidit dei materiali come agli organi di direzione: se una qualit cresce in ragione aritmetica, le altre crescono in misura diversa.
SOCRATE:
Tridone fece almeno qualche cosa di buono?
FEDRO:
Alcune meraviglie sul mare. Altre senza dubbio naufragarono, e nel fondo, corazzate di folade, aspettano il tempo che il mare si dissecchi.
Ma io ho visto la sua pura figlia, la sottile Fraternit dalle forme sfuggenti, prendere il largo la sera che part pel primo viaggio. Sulla guancia scarlatta si frangevano i baci sprizzanti dalla fluida strada, i triangoli tesi delle vele gonfie e turgide poggiavano l'anca all'ondata...
SOCRATE:
O Vita!... per me le vele nere e flosce del vascello carico di sacerdoti, che tornando a pena da Delo, e trascinandosi a remi...
FEDRO:
Come mal sopporti di rivivere la tua bella vita!
SOCRATE:
Fedro, mio pallido Fedro, Ombra sorella della mia Ombra, i miei rimpianti sarebbero infiniti se avessero qualche sostanza da lavorare, e se al loro esercizio non mancasse la carne! Cominciano a incrudelire e non si compiono, si disegnano ma non si possono colorare... Si d qualcosa che sia pi vana dell'ombra d'un savio?
FEDRO:
Un savio.
SOCRATE:
Ahim! Un savio che non lascia di s se non il parlatore che fu e diverse parole immortalmente abbandonate... Che cosa feci mai dando a credere al resto degli umani ch'io la sapevo pi lunga di loro sulle materie dei pi accesi dubbi? Il segreto di farlo credere consiste in una morte condotta cos bene e ornata d'una tale ingiustizia e circondata di tali amicizie da oscurare il sole e turbare la natura: nulla  pi temibile di farne una sorta di capolavoro... La vita non sa difendersi contro queste immortali agonie, e, ingenua, immagina fatalmente che il pi bello della tragedia cominci dopo l'ultima parola dell'ultimo verso!... I pi profondi sguardi dell'uomo danno nel vuoto, convergono di l dal Tutto.
Ahim, ahim! La verit e la sincerit ch'io usavo erano molto pi menzognere dei miti e delle parole illuminate: insegnavo quel che inventavo... e facendo i figli con anime sedotte, me ne sgravavo con perizia.
FEDRO:
Tu sei duro con tutti noi.
SOCRATE:
Se non m'aveste ascoltato, il mio orgoglio avrebbe cercato di sottomettere altrimenti a s i vostri pensieri... Avrei costruito, cantato... O perdita pensosa dei miei giorni; quale artista ho fatto perire!...; quali cose ho sdegnato, ma quali cose ho figliato!... Io mi sento, contro me, il Giudice dei miei Inferni spirituali, e mentre la facilit dei miei detti famosi mi perseguita e mi affligge, ecco ch'io suscito per Eumenide le mie azioni che non furono, le mie opere che non nacquero; delitti vaghi ed enormi, queste assenze clamorose, e assassini, le cui vittime son cose imperiture!...
FEDRO:
Consolati, ch pi le rimpiangeresti ad averle generate! Nulla, sembra,  cos bello e nulla cos amaramente ci rimorde come le occasioni mancate! Ma se le abbiamo perdute, non  forse perch non potevamo coglierle senza turbare il corso del mondo?
SOCRATE:
Questo appunto vorremmo!... Quale anima esisterebbe a sconvolgere l'Universo se le riuscisse d'essere un po' pi s? Tu sai che a tutto il resto non consentiamo se non il diritto d'esserci conveniente! - Vogliamo esattissimamente che i Cieli innumerevoli, e la terra e il mare, e le citt, e gli uomini ma le donne particolarmente, colle loro anime e le forze e le grazie, e gli animali come le piante; - ingenuamente noi vogliamo che tutti gli Dei insieme, e ciascuno secondo la bellezza che si adatta al nostro desiderio o secondo la potenza ch'egli apporta alla nostra debolezza, non siano se non gli abbellimenti, gli alimenti, i sostegni, i soccorsi, le luci, gli schiavi, i tesori, i baluardi e le delizie del nostro solo individuo. Come se la sola nostra fiamma, nel suo vivere assoluto e brevissimo, potesse consumare tutto ci che fu, tutto ci che  e tutto ci che sar. Scocchi dalla fiamma la scintilla unica, gi una volta apparsa, per illuminare la gioia ed il sapere, nell'essere che anima e divora!... Crediamo che tutte le cose e l'opulenza del Tempo non siano che una boccata per la nostra bocca; n possiamo pensare il contrario.
FEDRO:
Tu mi stordisci e mi costerni.
SOCRATE:
Tu non sai ci che avrei potuto fare, e ch'io stesso riconosco solo ora.
FEDRO:
Ti confesso che l'ombra di disperazione da cui sei assalito e i tentati rimorsi che par si contendano il tuo viso fanno di me un fantasma dello stupore. Se altri ti udisse!
SOCRATE:
Non credi che mi comprenderebbe?
FEDRO:
Quasi tutti hanno qui troppa vanit della vita trascorsa: perfino gli scellerati ostentano la loro abominevole gloria, e nessuno vuol riconoscere d'aver sbagliato; e tu, Socrate, dal nome cos puro che ancora incute rispetto alle invidiose larve, faresti queste tristi confidenze per domandare ad essi commiserazione e disprezzo?
SOCRATE:
Ma non sarebbe come continuare ad essere Socrate?
FEDRO:
Non bisogna voler ricominciare...; non riesce due volte.
SOCRATE:
Non essere pi amaro!
FEDRO:
Ti confesso che le tue parole hanno punto alquanto la mia amicizia. Tu comprendi che se ti abbassi da te medesimo, se deprimi Socrate, il Fedro che a lui s' dato con tanto amore si vede ridotto al colmo della sciocchezza e della cieca semplicit!
SOCRATE:
Ahim, cos vuole il nostro stato, ma mi voglio provare a ricavarne qualche cosa. Dimmi, non credi che dobbiamo, in quest'immenso tempo che la morte concede, giudicare noi stessi e rigiudicare infaticabilmente, correggendo, invocando nuove ragioni agli avvenimenti accaduti: cercando, insomma, di difenderci colle illusioni dall'inesistenza, come fanno i vivi che si devono difendere contro l'esistenza?
FEDRO:
Che cosa vuoi dunque dipingere sul niente?
SOCRATE:
L'Anti-Socrate.
FEDRO:
Ne immagino pi d'uno: Socrate ha parecchi contrari.
SOCRATE:
Sar, quindi... il costruttore.
FEDRO:
Bene, l'Anti-Fedro l'ascolta.
SOCRATE:
O morte coeterna, amico senza difetti, e diamante di sincerit, ecco: Temo che non invano cercai questo Dio, in tutta la mia vita tentando di scoprirlo come di seguirlo attraverso i soli pensieri, richiedendolo al sentimento variabilissimo ed ignobilissimo del giusto e dell'ingiusto, e urgendolo perch si arrendesse al consiglio della pi raffinata dialettica. Il Dio che cos troviamo non  che parola nata da parola, e si muta in parola giacch la risposta che ci facciamo certo non  mai altro se non la domanda stessa, e ogni domanda dello spirito non , e non pu essere, che un'ingenuit. Negli atti, invece, e nella combinazione degli atti, dobbiamo trovare il sentimento pi immediato della presenza del divino e il migliore impiego di quella parte delle nostre forze ch' inutile alla vita e sembra destinata ad inseguire un oggetto indefinibile, infinitamente superiore a noi.
Se dunque l'Universo  l'effetto d'un atto e questo  l'effetto d'un Essere, d'un bisogno, d'un pensiero, d'una scienza e d'una potenza propri di quest'Essere, soltanto coll'atto puoi raggiungere il gran disegno e proporti l'imitazione di ci che ha fatto tutte le cose.  come mettersi, cos, nel modo pi naturale, all'istesso posto d'Iddio.
Ora, fra tutti, l'atto pi completo  quello del costruire. Un'opera richiede amore, meditazione, obbedienza al tuo pi bel pensiero, invenzione di leggi pel tramite della tua anima, e molte altre cose che da te, ignaro di possederle, essa meravigliosamente trae. L'opera deriva dal pi profondo della tua vita, senza tuttavia confondersi con te; e se di pensiero fosse dotata presentirebbe la tua esistenza, ma non pervenendo mai a stabilirla e a concepirla chiaramente. Tu saresti per essa simile a un Dio...
Vediamo dunque questo grande atto del costruire. Considera, Fedro, che il Demiurgo, quando si diede a fare il mondo, ader alla confusione del Caos. Innanzi a lui tutto era informe e in quell'abisso non v'era pugno di materia che le mani potessero raccogliere e non fosse infinitamente impura e composta d'infinite sostanze.
Prese destramente l'orrendo miscuglio del secco e dell'umido, del duro col molle, della luce colle tenebre, costituenti il Caos che insinuava il disordine sin nell'infime particelle. Sciolse il fango vagamente radioso, dove nulla era puro, e tutte l'energie erano stemperate al punto che il passato e l'avvenire, l'accidentale e l'essenziale, il durevole e l'effimero, la vicinanza e la lontananza, il moto ed il riposo, il leggero col grave, si trovavano confusi, com' del vino coll'acqua per comporre un calice. I nostri sapienti cercano sempre di avvicinare i loro spiriti a questo stato... Diversamente agiva il grande Formatore: nemico delle similitudini e delle nascoste identit che ci entusiasmiamo a sorprendere, egli organizzava l'ineguale. Mettendo mano nella pasta del mondo, vi fece cernita d'atomi, divise il caldo dal freddo e la sera dal mattino, ricacci quasi tutto il fuoco nelle cavit sotterranee, sospese i grappoli di ghiaccio alla pergola dell'aurora, sotto le curvature di vlta dell'eterno Etere. Per lui l'estensione venne distinta dal movimento, la notte dal giorno; e nel suo furore di disgiungere tutto, fend i primi animali, ch'egli aveva appena dissociato dalle piante, in maschio ed in femmina. Infine, avendo puranche districato ci che pi era misto nel disordine originale - la materia collo spirito - al sommo dell'empireo, sulla cima inaccessibile della storia, eresse le masse misteriose che, nella fatale e muta discesa all'imo fondo dell'abisso, generano e misurano il Tempo; espresse dal fango i mari scintillanti e le acque pure; ne inond le montagne e distribu in belle isole quant'era rimasto di concreto... Cos egli fece tutte le cose e, da un resto di fango, gli uomini.
Ma il costruttore che ora mostro trova innanzi a s, quale caos e materia primitiva, precisamente l'ordine del mondo che il Demiurgo trasse dal disordine originario. La Natura  formata e gli elementi son distinti, ma qualcosa ingiunge a lui di considerare l'opera compiuta, la quale dev'essere riplasmata e rimossa perch soddisfi pi specialmente l'uomo; cos egli assume come origine del suo atto proprio il punto stesso in cui il dio s'era fermato. All'inizio, egli si disse, era ci che : le montagne, le foreste, gli strati, i filoni, l'argilla rossa, la sabbia bionda, la pietra bianca da calce. Erano anche le braccia muscolose degli uomini, la potenza massiccia dei bufali e dei buoi; e cofani e granai di tiranni intelligenti, e cittadini smisuratamente arricchiti coi negozi. Erano, infine, pontefici che s'auguravano di trovar casa al loro dio, e re di cos vasta potenza da non dover desiderare altro che un'impareggiabile tomba, e repubbliche sognanti mura inespugnabili, e deboli arconti molto teneri cogli attori e coi musici smaniosi di farsi costruire, colle casse del fisco, teatri sonorissimi.
Certo non bisogna che gli dei restino senza tetto e le anime senza spettacoli; non bisogna che i massi di marmo muoiano sotterra componendovi impenetrabili e solide notti, che i cedri e i cipressi si acconcino a finire in fiamma od in putredine, mentre si possono trasformare in travi odorose e in mobili lucenti. E neppure bisogna che l'oro dei ricchi pigramente dorma un greve sonno nelle urne e nelle tenebre del forziere. Questo metallo cos pesante, associato ad una fantasia, assume le pi attive virt dello spirito e ne ha l'inquieta natura. La sua essenza  di fuggire, si scambia in tutte le cose e pur non ne  mutato, solleva blocchi di pietra, perfora montagne, devia fiumi, apre porte di fortezze e cuori segretissimi, incatena gli uomini, veste e sveste le donne con miracolosa prontezza. Dopo il pensiero, non si d agente pi astratto dell'oro; ma mentre il pensiero non cambia e non fascia se non immagini, l'oro eccita e favorisce la reciproca trasmutazione di tutte le cose reali, ancorch resti incorruttibile e puro nel passare per tutte le mani, e nulla crei il suo solo contatto colle braccia, coi progetti e le pi varie sostanze.
- Eccomi, disse il Costruttore, io sono l'atto. Voi siete la materia, siete la forza, siete il desiderio; ma siete divisi, ch un'industria ignota vi ha isolato, preparandovi secondo i suoi mezzi. Ora avvenga il reciproco, che gi il Demiurgo persegu disegni non concernenti le sue creature; e non si preoccup dei pensieri i quali dovevano nascere da quella stessa separazione che si divert o meglio si annoi a fare; e vi diede il necessario per vivere, come anche per godere del bene delle cose, sebbene non generalmente di quelle che precisamente avreste voluto.
Venuto dopo di lui, io son colui che concepisce ci che voi volete, con un po' pi di coerenza e di genio di quanto voi non facciate; vi coster senza dubbio carissimo, ma alla fine tutti ne avranno guadagnato. Sbaglier talvolta e vedremo qualche rovina, ma che importa, se sempre, e con vantaggio, un'opera mancata pu considerarsi come un passo che ci avvicina al pi bello?
FEDRO: Felici gli uomini che tu sia un architetto morto.
SOCRATE: Bisogna ch'io taccia, Fedro? Tu non saprai quali templi, quali teatri avrei concepito nel puro stile socratico!... Stavo per farti pensare come avrei condotto la mia opera, spiegando dapprima tutte le questioni e sviluppando un metodo senza lacune. Dove?, perch?, per chi?, a quale fine?, di qual grandezza?. Circuendo sempre pi alto il mio spirito, determinavo al sommo l'operazione di trasformare una cava e una foresta in un edifizio ed in equilibri magnifici; esponevo il mio disegno tenendo conto dell'intenzione degli uomini che mi pagano, delle localit, delle luci, delle ombre, e dei venti, scegliendo la localit per area, esposizione, accessi, terre confinanti e terminanti e natura profonda del sottosuolo... Poi con materiali grezzi stavo per comporre i miei oggetti intesi alla vita e alla gioia della razza vermiglia;... oggetti preziosissimi pel corpo e deliziosi per l'anima, che persino il Tempo avrebbe trovato cos duri e cos difficili a digerire, da non poterli ridurre che a colpi di secoli. Ed ancora, rivestiti d'una seconda bellezza, sovr'essi una doratura morbida, una maest sacra, una grazia di paragoni nascenti e di arcane tenerezze composta dal tempo... Ma non saprai pi nulla: tu non puoi concepire che l'antico Socrate, e la tua Ombra empirica...
FEDRO: Fedele, Socrate, fedele.
SOCRATE: Allora bisogna seguirmi, e mutare se muto.
FEDRO: Ma vuoi dunque tu nell'eternit rievocare tutte le parole che ti fecero immortale?
SOCRATE: Laggi, immortale; relativamente ai mortali!... Ma qui... Non v' qui, e tutto ci che abbiamo detto pu essere il giuoco naturale del silenzio di questi inferni, come la fantasia di qualche retore dell'altro mondo che ci avesse scambiato per marionette!
SOCRATE: In ci rigorosamente consiste l'immortalit.
...
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...
FINE.